lunedì 21 dicembre 2015

NOTE DOLENTI FINCHE' IL DOLORE SI SENTE. Ricordando Sciascia e la sua Fondazione

Racalmuto, 27 gennaio 1987.
Acquisto della ex centrale Enel da parte del comune di Racalmuto.
Firma dei contraenti: sindaco Calogero Sardo, ing. Gaetano Speciale.

Note dolenti. Lamenti. Doglianze. Sembrava irriverente quell'incipit di Mario Giordano sul "Giornale" nel 2000: "Più che una Fondazione, è un’affondazione." Invece...

Ognuno celebra a modo proprio le ricorrenze degli autori a cui tiene. Io l'ho fatto nel novembre scorso soffermandomi su Sciascia, o meglio, sulla Fondazione ch'egli stesso ha voluto: mi ritrovo ora a riproporre due note già pubblicate su fb poiché incalzate recentemente da un episodio inaspettato, nel suo piccolo, inquietante: materia pertanto di una terza.  



Sulle ormai "solite" doglianze: ma è rotto il disco  o il giradischi?  

Prima nota

CHI HA “SUICIDATO” LA FONDAZIONE SCIASCIA?
...quando si era appreso che inizialmente la Fondazione “Leonardo Sciascia” era rimasta esclusa dalla tabella H della Regione siciliana che prevedeva un contributo ad alcune istituzioni culturali siciliane, da parte di alcuni sedicenti sciasciani, molto rattristati, si gridò all'abnorme esclusione e si parlò addirittura di “delitto” alla cultura, di “scandalo”.
Ora che quel contributo, come si è appreso da notizie di stampa, successivamente concesso dalla Regione, ma non richiesto da chi di dovere e nei tempi previsti, si è perso, proprio così!, non c’è più, kaputt, si deve parlare di "suicidio culturale", stando sempre all'allegro e consono repertorio retorico? Nessuno scandalo?
Dispiace che questo “incidente” accada a pochi mesi dal coinvolgimento di un nuovo membro nel Consiglio di amministrazione della Fondazione, il giornalista Felice Cavallaro, subentrato per un conclamato rilancio della Fondazione stessa, giuste le attese del Consiglio di amministrazione della Fondazione Sciascia che l’aveva proposto e del Consiglio comunale che pressoché all’unanimità l’aveva votato. Senza volerne indirizzare la paternità scientemente ad alcuno, l’incidente potrebbe ritenersi ingiusto, magari inopportuno. Ma tant’è.
Se lo spirito laico di Sciascia non lo impedisse, per sopperire al contributo regionale andato in fumo, si vorrebbe ricorrere ad una apotropaica invocazione: Dio vede e provvede!

Seconda nota

LA STORIA? UN PASSATEMPO DA ACCANTONARE
Mi riferisco ad una piccola cronaca ma la tentazione del dimenticare vale anche per la grande.
L’esperienza niente insegna? Come vado leggendo in giro, altro che, da superficiali o inesperienti, dimenticare il passato! Se non si capisce quello che è avvenuto in passato, pur con i nomi di grosso calibro che la Fondazione Sciascia ha vantato e le sontuose possibilità che ha avuto, c'è poca speranza per il futuro rischiando di reiterare gli stessi errori sbandierandoli per "magiche " risoluzioni, anzi, non è un rischio ma una certezza com'è documentato non solo dal passato remoto ma anche dal passato prossimo.

https://www.facebook.com/notes/piero-carbone/la-storia-un-passatempo-da-accantonare/10156294874125204




Terza nota (inedita)

Non è colpa dell'abate Meli
Al convegno su Giovanni Meli, tenutosi a Palermo, dal 4 al 7 dicembre di quest’anno, ho incontrato Nino De Vita e Antonio Di Grado, entrambi facenti parte della Fondazione Sciascia di Racalmuto per volontà dello stesso Sciascia; con il De Vita, anche lui tra i relatori, ad un certo punto il discorso cadde naturalmente sulla Fondazione: quando, per sapere direttamente la sua opinione, ho mostrato la mia perplessità che egli, assieme a Giuseppe Traina e Felice Cavallaro, si fosse trovato nella terna proposta dal Consiglio di amministrazione della Fondazione  e che il Consiglio comunale doveva votare scegliendo uno dei tre come da Statuto, visibilmente contrariato, De Vita disse semplicemente che non ne sapeva nulla: era stato proposto nella terna a sua insaputa.

Per le ragioni esposte precedentemente sul web (http://archivioepensamenti.blogspot.it/2015/02/fondazione-sciascia-cavallaro-de-vita.html), avevo ritenuto la terna inopportuna se non proprio impraticabile, ma la dichiarazione di De Vita non solo avvalorava i dubbi sollevati a suo tempo ma il aggravava: come si può infatti proporre il nome di qualcuno ad essere votato per una carica se questi non dà la propria disponibilità? Giuseppe Traina e Cavallaro erano stati avvisati? Erano disponibili, una volta eletti, se eletti?

Avevo temuto che quella terna fosse, per tante ragioni, una "terna di facciata". Che bisogno c'era? Sarebbe stato offensivo per tutti.
Preciso, a scanso di strumentali equivoci: le domande e le perplessità pubblicamente sollevate non vertevano sui singoli nominativi ma sulla opportunità e correttezza della formazione e presentazione della terna stessa formata da, in ordine alfabetico, Felice Cavallaro, Nino De Vita e Giuseppe Traina.

Avevo tralasciato di soffermarmi sui tempi risicati (appena pochi giorni) invece di quelli più lunghi previsti dallo Statuto, nel presentare la terna da sottoporre al voto del consiglio comunale, ma già i rilievi sollevati avrebbero richiesto una risposta, un chiarimento, un riscontro statutario. Invece, niente.

Piuttosto, poco cavallerescamente, alcuni giornalisti e qualche consigliere comunale, a giochi ancora aperti, hanno enfatizzato, con tanto di articoli, la scelta di uno dei tre nella fattispecie del Cavallaro come la più opportuna e proficua. Le dichiarazioni di voto, ammesso che tali avrebbero dovuto essere, vanno fatte in aula non sui giornali.

Ma in generale, ai dubbi e rilievi da me sollevati, è seguito tombale silenzio da parte dell’esiguo nonché superstite consiglio di amministrazione della Fondazione, del sindaco e dell’assessore alla cultura in quanto, rispettivamente, Presidente di diritto e componente pro tempore del consiglio di amministrazione della Fondazione, silenzio da parte del Presidente del consiglio comunale e dei consiglieri della maggioranza e della minoranza.

Per tale silenzio, non volevo incolpare di insensibilità altri, tuttavia ho pensato che la mia voce fosse ritenuta troppo debole per essere ascoltata, ma, per non deprimermi del tutto, ho notato che  non è stata ascoltata neanche la voce del vicepresidente del consiglio: anch’egli ha tentato un iniziale dibattito, ma senza seguito. Ho pensato allora che non si trattasse necessariamente della voce debole di chi parlava ma di udito difettoso in chi ascoltava o avrebbe dovuto ascoltare.

Sul temuto abbassamento di voce, ho scongiurato definitivamente da parte mia il ricorso all’otorinolaringoiatra da quando un importante rappresentante dei consiglieri di minoranza (consiglieri che hanno votato unanimemente insieme alla maggioranza senza battere ciglio) mi ha confidato, abbracciandomi, che, alla luce di quello che è, o non è, avvenuto dopo, in una riunione con i suoi aveva detto chiaro e tondo “ragione aveva il professore Carbone”.

Se non fosse che di mezzo ci stanno tanti nomi e tante cose importanti, pubbliche e non private, avrei potuto uscirmene, serenamente e con distacco, recitando il  detto “e ora mi la mangiu squadata!”.

Ma non l’ho detto, e non lo penso, perché non è giusto che a mangiarsela squadata, a berla in malo modo, siano tutti quelli che, in considerazione del messaggio sciasciano,  hanno creduto nel Progetto Fondazione; non è giusto che a “mangiarsela squadata” sia la comunità che dalla Fondazione avrebbe dovuto essere prestigiosamente rappresentata o la società civile che vi ha investito energie e denari.

Dieci anni di attività della Pro Loco di Racalmuto









Foto fornitemi da Lillo Sardo

domenica 20 dicembre 2015

"LA DIVINA UMANITÀ" DI LEONE SECONDO SCALABRINO. Recensione augurale

Al piacere di parlare di poesia, della poesia di un maturo poeta che si approssima all’88esimo compleanno, Marco Scalabrino aggiunge il piacere di notare analogie e corrispondenze con un altro maturo poeta dialettale, Pietro Tamburello, ma per trarne impressioni e suggestioni che si possono ricavare dalla vera poesia a prescindere dalle vicende bio-anagrafiche,  senza tuttavia lasciar cadere l’occasione per intendere le riflessioni come annuncio di una data augurale che con questo post si vuole ponderatamente e affettuosamente "celebrare". Non si può non notare nella filigrana della recensione la rivendicazione della dignità e ricchezza storico-semantica del dialetto.  P. C.


 


FRANCESCO LEONE

La Divina Umanità di l’Arti

di

Marco Scalabrino


Per singolare affinità, il percorso artistico di Francesco Leone evoca in me quello di un altro uomo e poeta che (come lui) ho amato e ammirato: Pietro Tamburello. 

Nato nel 1910 a Palermo e lì spentosi nel 2001, quantunque avesse avuto un ruolo primario fra i protagonisti della poesia siciliana moderna (della quale è stato una delle voci più schiette), Pietro Tamburello diede alle stampe unicamente due raccolte in tarda età: Li me’ palori e, a distanza di sedici anni, Rosi di Ventu. 
All’epoca di Li me’ palori, nel 1982, Tamburello aveva 72 anni e al tempo di Rosi di Ventu, nel 1998, di anni ne aveva ben 88. 

Analogamente Francesco Leone da Castellammare del Golfo (TP), classe 1928, oggi alla sua seconda prova, di anni ne compirà a giorni 88 e, alla data di questa pubblicazione (2015), quattordici ne sono trascorsi da ’Na scala longa, la sua antologia d’esordio del 2001, quando di anni ne contava già 73.

Posta in archivio questa schematica digressione, il primo mio assaggio dell’opera di Francesco Leone risale alla metà degli anni Novanta. 
Sul numero di gennaio-aprile 1996 del MarranzAtomo, una rivista letteraria edita in Catania, Antonino Magrì direttore, il testo d’apertura (che, per tensione drammatica, lucida compartecipazione emotiva, felice realizzazione linguistica, lessi con vivo consenso) era titolato ‘N coma; autore ne era, giusto, Francesco Leone. Lì lì mi balenò l’idea di prendere carta e penna o di alzare la cornetta del telefono e … ma non ne feci nulla. Il mondo, si sa, è piccolo; e, in Sicilia, le strade di chi professa con assiduità il dialetto sono destinate prima o poi a intersecarsi. 
E così, difatti, avvenne.

Allorché venni in possesso della silloge di poesie siciliane ’Na scala longa (circa settanta testi con traduzione “il più possibile letterale” in italiano) buttai giù, con l’intento in seguito di rielaborarli, degli appunti. Francesco Leone, considerai, uomo di Lettere, già Preside nella scuola pubblica, estimatore del folclore, è irrefutabilmente soggetto dotato degli strumenti linguistici e culturali atti ad enunciare in un ottimo italiano la propria visione del mondo; ebbene, perché il dialetto? 
Quasi avesse percepito la mia sommessa eccezione, nel proemio al suo lavoro, ecco lo stesso Leone tiene a rimarcare che le poesie in esso inserite sono originariamente concepite così e così è necessario che io le esprima nella loro forma e nel loro contenuto”. 
Una scelta, pertanto, inequivocabilmente consapevole!  

Ambrogio Donini d’altronde, nel 1954, ebbe a scrivere a Nino Pino: 
“Mi pare che voi poeti dialettali siete l’ultima speranza delle nostre Lettere, nazionalmente impoverite se non essiccate”; 
e gli studiosi più avvertiti, ormai da tempo, ribadiscono che “il dialetto non è più portatore di cultura subalterna”; 
che “si è innalzato alla ricerca di più vasti orizzonti di pensiero”; 
che “non costituisce più una ragione di isolamento”. 

E non bastasse (sfatata una volta per tutte l’equazione poesia dialettale = poesia minore), ne La dialettalità negata Edizioni Cofine Roma 2009, di recente Pietro Civitareale ha asserito che “lo scrittore dialettale d’oggi è in genere più evoluto sul piano intellettuale, capace di assorbire nella sua ricerca stimoli e motivazioni legati a una cultura meno circoscritta”; 
che il fenomeno dialettale “ha assunto un carattere universale, inquadrandosi nella più generale questione della difesa dei patrimoni culturali autoctoni”; 
che non è un caso che “la poesia dialettale stia a mano a mano occupando lo spazio di quella in lingua”. 
Basilari, per di più, il suo ribadire che “non è lo strumento linguistico che fa la poesia, ma la capacità creativa del poeta e l’uso che egli è in grado di fare della propria lingua” e (a seguire) che solo “difendendo la propria specificità, la poesia in dialetto può competere con quella in lingua e continuare ad affermare una propria ragione di essere”. 

Tutte le superiori notazioni mi pare che mirabilmente si attaglino all’odierna esperienza.


Un altro frammento del summenzionato proemio: “numerosi raduni, alla cui realizzazione ho fornito il mio contributo”, mi fece inoltre soppesare che Francesco Leone (non solo per i presupposti anagrafici) veniva “da lontano”.
E le conferme (semmai ve ne fosse stato bisogno) puntualmente giunsero, di lì a poco, nel corso di un dopocena estivo, allorché (di poesia e di poeti discorrendo) egli accennò ai propri trascorsi letterari e al sostegno, dagli anni Cinquanta in poi, alla organizzazione, in quel di Castellammare del Golfo, dei tanti concorsi di poesia dialettale, festival della canzone siciliana, raduni poetici ai quali prendevano parte (a conferma dei longevi, saldi, cordiali rapporti fra l’occidente e l’oriente dell’Isola) una cospicua schiera di autori e sostenitori del dialetto siciliano proveniente dal versante orientale della regione (e fra loro, almeno in una circostanza, – Francesco Leone ne fu testimone – il grande Giovanni Formisano) e inevitabilmente saltò fuori il bel nome dello zu Pippinu Caleca, che per parecchi decenni e fino agli inizi degli anni Novanta di quei convivi fu l’anima.

Nella sua prassi di umanista, egli nondimeno non si preclude l’evenienza di estendere ad altri territori contigui la propria attenzione. In tempi recenti, fra gli altri, ha introdotto uno studio sulla figura della poetessa di Salemi (TP) Maria Favuzza (cogliendovi l’occasione per esortare “gli Organismi che sopraintendono alla valorizzazione e alla diffusione della cultura italiana – a fianco della quale non può non occupare il posto che le compete la poesia dialettale – a non limitarsi ai cosiddetti grandi o ai più fortunati, ma a rendersi fautori della ricerca di realtà sommerse”) e ha caldeggiato, nella ricorrenza del quarantennale della morte, l’iniziativa di allestire il convegno di studi sul poeta suo concittadino Castrenze Navarra (del quale ha curato postuma l’ANTOLOGIA delle opere in versi siciliani e in prosa).

N coma, si diceva, è la poesia tramite la quale conobbi Francesco Leone. In essa l’episodio che suscitò in me intensa emozione e del quale serbo tuttora memoria.
Riporto le testuali parole di Francesco Leone, giacché mai ne potrei trovare di più acconce: “Il mio compianto fratello Bernardo si priva della camicia e la porge a me, affinché io la indossi e possa andare a scuola (egli sarebbe rimasto segregato in casa, al mio posto, in attesa che un’altra camicia, che stava ad asciugarsi, fosse disponibile).
Si è trattato – si può credere – del banale prestito di un indumento, ma per me è stato molto di più, prova ne sia che mi ha profondamente commosso e che non l’ho mai dimenticato: il vero amore non ha bisogno di atti eroici, si alimenta di semplici gesti”.       

Tanto concisamente esposto del vissuto di Francesco Leone, premesso che le antecedenti autografe sue notazioni trovano piena cittadinanza in questo nuovo lavoro, vediamo adesso di esporre, in una rapida rassegna, qualcuna delle principali formulazioni ortografiche e sintattiche, di rilevare qualche elemento afferente alla metrica e al ritmo impiegati, di enucleare e di mettere in risalto qualcheduna delle dinamiche e delle invenzioni liriche alle quali egli è approdato.

Prima di addentrarci nell’essenza del libro, non possiamo però non soffermarci sul titolo.

Composto da un aggettivo a dir poco impegnativo, che introduce un sostantivo collettivo altrettanto impegnativo, (La) divina umanità, è in apparenza una incontrovertibile contraddizione, un eclatante ossimoro.
Ad eccezione di un solo (notorio in saecula saeculorum) esempio, come può (ci chiediamo) l’umanità essere divina? 
Umanità concerne l’essere uomo, la condizione umana, con riferimento ai caratteri, alle qualità e soprattutto ai limiti inerenti a tale condizione: la fragilità, i difetti, l’imperfezione; divina, per contro, afferisce manifestamente alla sfera del sovrumano, dell’ultraterreno, del soprannaturale; è qualcosa che procede da Dio.
Divina umanità peraltro, constatiamo, è locuzione assolutamente spendibile in italiano. 
Ciò nonostante (ne abbiamo diretta contezza), questo titolo è stato deliberatamente, in tutta coscienza, scelto dall’autore e giusto in esso, nella chiave di lettura di esso, nella compenetrazione e nella accettazione del progetto che esso sorveglia e promuove, è da rinvenire il senso autentico dell’intero florilegio.

L’Arte, e in seno a essa la Poesia, è un dono di Dio agli uomini, all’umanità tutta; dono del quale l’uomo si avvale per rivelare, per significare, per certificare il suo esser-ci nella Storia. Oltre a ciò da sempre, in una sorta di reciprocità, egli volge a sua volta questo talento (la parola nel nostro caso, quel verbum che in principio era solo presso Dio) all’esecuzione di nuova arte in gloria del Creatore.

Ecco allora la Poesia eleva (quasi) il figlio all’altezza del Padre; ovvero, per dirla meglio con le parole dei grandi: “La poesia può condurre l’uomo dallo stato di natura a quello di spiritualità”, Miguel De Unamumo; “La poesia è l’ala che ci porta verso Dio”, Michelangelo Buonarroti. 
  


Il testo di apertura, Labirinti, che contempla il verso dal quale il titolo discende, è in questo senso emblematico:

A lu puetaun ci sèrvinu  
porti spalancati:
 Icaru arditu,
 cu bàttiti d’ali putenti,  
sduna a scalari immensità di celi.
 ’Un è làbili cira chi strinci  
li pinni di li so’ ali,
 ma la divina umanità di l’Arti

(Al poeta non servono / porte spalancate: / Icaro ardito, / con battiti d’ali possenti, / balza a scalare immensità di cieli. / Non è labile cera che stringe / le penne delle sue ali, / ma la divina umanità dell’Arte).

Icaro evade dal labirinto (nel quale, a Creta, era “grazioso ospite” di Minosse), eccede ossia, con successo, la sua limitatezza umana; ma, eccepisce l’autore, non sono le caduche ali di cera che lo consegneranno alla storia, alla leggenda, all’eternità, quanto piuttosto la professione dell’arte esercitata dall’uomo, corroborata dall’indefesso suo impulso a inseguire (come nella famosa “orazion picciola”) la via della “virtute e canoscenza”, dall’innato suo sprone a misurarsi di continuo con i propri limiti e a superarli.

Sessantatre poesie pressoché tutte ragionevolmente brevi, costituiscono questa raccolta: versi sciolti in maggioranza, decisamente verticalizzati, e versi in rima, perlopiù endecasillabi. Vi coesistono serenamente, gradevolmente, compiutamente, giacché Francesco Leone pratica, da lunga pezza, con valentia e con disinvoltura, sia il metro tradizionale, sia il metro moderno; e così ambedue i canoni vi si ritagliano vantaggiosa collocazione. I versi stessi, le locuzioni, le voci delle quali essi consistono, ci suggeriranno per gradi, generosamente, l’itinerario e gli assunti da illustrare.
Orbene, succintamente, lasciando al Lettore facoltà di ogni altra utile considerazione, inoltriamoci!    

La lunami turnau 
echi di picciuttanza …
l’età ncantata di li primi suspiri
Parramu ncuttu 
di anni longhi vulati nta un ciatu
di gioi ntraminzati di duluri
di cosi fatti e nun fatti
circati e ’un truvati
truvati a jettitu senza circari
di puisia chi ’un sapi chiù la strata

(La luna … mi rimandò / echi di adolescenza … l’età incantata dei primi sospiri … Parlammo fitto / di anni lunghi passati d’un fiato, / di gioie inframmezzate di dolori; / di cose fatte e non fatte, / cercate e non trovate, / trovate a iosa senza cercare; / di poesia che non sa più la strada);

Tu sinfunia, 
chi fai di pòviri scàmpuli 
ntraminzati di lacrimi 
lu megghiu tempu di la vita mia

(Tu sinfonia, / che fai di poveri scampoli / inframmezzati di lacrime / il migliore tempo della vita mia);

Sfògghiu 
nna l’occhi toi cristallini  
ncantisimi d’un libbru 
chi nuddu liggìu 

(Sfoglio / negli occhi tuoi cristallini / incantesimi d’un libro / che nessuno lesse mai); 

Spaziu e tempu 
àutra cosa si fannu  
tra tia e mia 

(Spazio e tempo / altra cosa si fanno / tra te e me); 

Disideri appagati cu stiddi,  
comu chiddi 
chi ora vulissi nchiùiri pi tia  
dintra un velu di fantasia. 

(Desideri appagati con stelle, / come quelle / che ora vorrei rinchiudere per te / dentro un velo di fantasia). 

Sono solo sparute schegge della diffusa liricità che contrassegna tutta la silloge, nella quale rivestono un ruolo preminente la Natura e il Creato: luna, ventu, àrvuli, nùvuli e timpesti, focu e suli, celu, terra e mari, stiddi, in quanto tali e soprattutto in quanto emanazione, espressione, rivelazione tangibile della esistenza di Dio.

Ragguardevole il dovizioso nostro repertorio lessicale, patrimonio linguistico dalle antiche e nobili radici, del quale Francesco Leone dà riprova di prodigiosa conoscenza e padronanza:
ammàtula (invano), dall’arabo bāṭil, inutile;
cannavazzu (straccio);
strippi (sterili), dal latino exstirpus, senza stirpe;
bùmmulu (brocca), dal greco bombùlē, vaso dal collo stretto;
scattìu (caldo afoso);
lavuri (seminato), dal latino laborem, fatica;
racioppi (racimoli);
rastu (indizio);
carcarìa (gorgoglia);
làriu (brutto);
assammarati (fradice);
trùbbula (torbida), dal latino turbĭdus (torbido);
visitusi (luttuose);
mpustimati (infistolite);
vavareddi (pupille);
squarata (scondita);
cumeta (aquilone);
marredda (gomitolo);
scudduriava (srotolava);
pirciàvanu (bucavano);
scorciadicoddu (scappellotto);
gana (voglia);
balati (lapidi), dall’arabo balāṭh, lastricato;
pinnulara (ciglia), dal latino pinnŭla, piccola ala;
acquazzina (rugiada), dal latino aquaceus, acquoso;
tannu (allora);
nsiccumata (rinsecchita);
mantaciari (ansimare), dal latino mantĭca (bisaccia);
ntamatu (imbambolato, sbalordito), dal greco thamèō, stupirsi, spaventarsi;
sbòmmica (rigurgita);
ngràscianu (insudiciano), dal latino crassus, grasso;
zurrichii (stridori);
trìvuli (tribolazioni), dal greco trìbolos, cespuglio spinoso;
scrùsciu (fragore);
scaccanìa (sghignazza), dal greco kakhàzó, ridere sgangheratamente.

Iu,, èu, , ièu, , sono fra le tipologie censite in Sicilia per rendere il pronome personale “io” e ognuna di esse Giorgio Piccitto, Giovanni Tropea, Salvatore C. Trovato, e il loro monumentale Vocabolario Siciliano, hanno attribuito a un determinato distretto geografico. 
Leone non cede a tentennamenti; la sua formulazione è la castellammarese eu: eu, tu e l’àutri; eu ni cugghivi; eu ’n silenziu.

Otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata e gli ultimi due a rima baciata, con schema strofico abababcc, organizzano il testo A cu’ si la senti, uno strambotto.
Di otto endecasillabi, tutti a rima alternata con schema abababab, consta invece l’ottava siciliana, che dà luogo a L’amici e Fratillanza (questo a mo’ di botta e risposta, esercizio assai comune in passato).
Sonetto è, viceversa, Casuzza a mari, che d’impatto, per l’ambientazione, propendiamo ad accostare a Giovanni Formisano, del quale Leone è stato fervente estimatore. Il “breve e amplissimo carme”, inventato da Iacopo da Lentini nella prima metà del Duecento e universalmente conosciuto e adottato, contrariamente a quanto avviene in altri circondari letterari, è tutt’oggi in voga nel panorama della poesia dialettale siciliana e l’endecasillabo, La Spiranza è na porta sempri aperta, Supra ogni cosa dòmina l’Amuri, E cu la menti ripigghiu a sunnari, ne è il verso per antonomasia.

In argomento, registriamo, Amuri a la vinnigna è una canzuna, genere (alquanto diffuso nell’ambito della produzione letteraria dialettale siciliana) del quale Antonio Veneziano incarnò l’interprete più squisito.
Il corteggiamento durante la vendemmia: Turi ci fa l’amuri, idda lu sdegnu (Turi le fa l’amore, lei lo sdegno), motivo caro al costume popolare, vi rimbalza (fra le martellanti avances di lui, Turi, e il “sostenuto” sdegno di lei, Rosa), per sfociare, come consuetudine, nel “fatale” epilogo: la resa di lei per l’abilità di lui di blandirla.
Il testo si articola in tre segmenti più una chiusura: ognuno di essi si struttura in due quartine di endecasillabi, per la strofa, seguite da due quartine composte da due quinari che racchiudono due endecasillabi, per il ritornello; la voce narrante esegue le due quartine di endecasillabi della strofa mentre lui e lei si alternano, ciascuno di loro intonando il ritornello.
La frazione più rimarchevole risulta quella dei ritornelli, i quali denotano di volta in volta, sulle solide basi dell’ortodossia, la rigogliosa creatività del poeta.
Eccettuati, tuttavia, esigui canonici sonetti e ottave (fra queste La notti di li pueti), il verso libero la fa da padrone in Francesco Leone e in esso (e in tutto il volume invero) l’ortografia palesa cura, pulizia e coerenza impareggiabili.   

Puisia,
dunami palori vecchi e novi
pi cantari oji e sempri.

Poesia è lemma e assunto frequente in Leone, ti parru cu la rima e cu lu versu (ti parlo con la rima e con il verso), e ad essa il poeta direttamente si rivolge, implorandola di concedergli ancora parole, di rimanere con lui,

ccà dunni tuttu spira puisia
(qua dove tutto spira poesia),

e devotamente dedicandole un intero testo: Ti chiamu.

Oramai 
picca pozzu chiù dari
supra sta terra
(Ormai / poco posso più dare / su questa terra);

Quattru cuti m’arrestanu
a muntata
 e sugnu juntu
(Quattro sassi mi restano / in salita: / e sarò giunto);

A la me casa vàiu, 
 lu jardinu splinnenti di lu Patri
(A casa mia vado, / il giardino splendente del Padre).

Un atteggiamento meditativo, un’aura di malinconia, uno stadio nel quale attecchiscono

 sintimenti straviati: 
gana di mòriri, 
scantu di campari
(sentimenti stravolti: / voglia di morire, / paura di vivere),

perché

lu tempu marpiuni 
 si rusicàu la strata
(il tempo marpione / si rosicchiò la strada).

E nondimeno, laddove egli solo un attimo si ferma a redigere il rendiconto della sua vita, malgrado tutto,

la valanza abbucca di stu latu
(la bilancia pende da questa parte),

egli ne valuta il saldo soddisfacentemente attivo:

supra sta terra
appi assai 
e nun sacciu picchì
(su questa terra, / ebbi assai / e non so perché).

Amuri è l’eterna palora (Amore è l’eterna parola);
amuri chi nun speddi (amore che non cessa);
veru amuri è eternità (vero amore è eternità).

È proiezione eccelsa dell’amore, quella vagheggiata da Francesco Leone. 
L’amore vero è quello dei sentimenti, quello che unisce due anime per sempre e si contrappone e ripudia quell’altro, l’amore dei sensi, quello tutto fuochi d’artificio e cenere. 
L’Amore, con la “A” maiuscola, non ha altre ricette, prescrizioni o espedienti; esso è alimentato dalla luce radiosa di Dio e da Lui proviene e riconduce. 
E, sovente, si accompagna alla pace:

disìu di paci e amuri;
pi cantari paci e amuri;
stu munnu 
senza paci né amuri.   

Tanti i lodevoli testi ricompresi nel florilegio e fra essi (amiamo ricordare): Lu megghiu tempu, magico scorcio familiare; Tra tia e mia, pregevolissima trama d’amore; Chi po’ sapiri?, delicata elegia a tutti gli anziani. 

Con Sempri tu siamo al commiato. 
Esso porta a compimento un ideale percorso anulare; non a caso Francesco Leone apre la silloge con (l’arte e) la poesia e la chiude (quantunque, in una lettura ugualmente attendibile, potrebbe intendersi riferito a qualcosa di più concreto: l’amore coniugale) con la poesia. 
Il nono verso: mai sculurutu ed appassutu mai, offre una ulteriore preziosità: il chiasmo (dal greco chiasmós), figura retorica consistente nell’esporre due o più parole, concetti o elementi sintattici nell’ordine inverso o antitetico a quello in cui sono stati precedentemente esposti; la disposizione così ottenuta dà origine a una struttura incrociata, come suggerisce l’etimologia del termine.   

Ci sarebbero ancora fondati motivi per attardarci, ma è d’uopo volgere alla conclusione.


La poesia di Francesco Leone scaturisce in virtù della personale indole e della educazione ricevuta, del rigetto incondizionato della guerra e dell’anelito alla pace, del credo spirituale e della laica professione di fede osservati, nonché della piena partecipazione ai sentimenti, alle emozioni, alle passioni dell’uomo: l’amore in primis, nelle sue dominanti declinazioni, la familiare e la coniugale.

Francesco Leone dimostra di avere una concezione seria della poesia, un calibrato senso estetico, una aspirazione ai valori assoluti. 
Scenario dei suoi percorsi poetici, nell’individuazione di immagini pregne di efficacia semantica, di essenzialità aggettivale, di limpidezza, è un compendio di coefficienti biografici, affettivi, religiosi, di esperienze esistenziali e vicende sociali, di attenzione agli “ultimi”.


Nell’appagante abbraccio al dialetto, nel genuino registro musicale, i suoi versi si amalgamano in guisa congruente alle questioni focalizzate e dispiegano fili di spiranza, firi e amuri p’arrivari a Diu.


*

Recensione e foto di Marco Scalabrino