Giorni
di scirocco, scirocco settembrino.
C’è chi lo detesta, questo alito africano
che sembra staccarsi dal magma fuso; fa ansimare; io non so se essergli grato: ieri,
nel viaggio di ritorno da Racalmuto a Palermo, mentre dai vetri abbassati entrava
caldo liquido, mi risuonavano a intermittenza certi versi; grazie alle piazzole
di sosta ho potuto appuntarne sulla carta alcuni.
Arrivato a destinazione, ho
cucito in sequenza i versi racimolati e sintetizzato con un titolo.
Sciloccu di l’arma
Lu vientu di sciloccu m’accarizza
comu minna di sita vellutata
cummoglia comu un guantu l’arma mia
hiatu d’amanti ardenti ca hiatìa
si s’alluntana vuogliu ca ritorna
ritorna comu serpi petri petri
acqua di mari callu chi m’annaca
nni la naca naturali di me matri.
Puntu.
Un juonu dura, o du’, ma po’ finisci.
Un acquazzuni, e tuttu splavitìsci.
Sccccciiii…
© Piero Carbone
Scirocco dell’anima
Il vento di scirocco mi accarezza
Come un seno di seta vellutata
Che ricopre come un guanto l’alma mia
Fiato d’amante ardente che respira
Se si discosta voglio che ritorni
Ritorni come serpe tra le pietre
Acqua di mare tiepido mi dondola
Nell’amaca naturale di mia madre.
Punto.
Dura un giorno, o due, ma poi termina.
Un acquazzone, e tutto s’attenua.
Scccciiii...
Racalmuto-Palermo, domenica 21 settembre 2014