sabato 16 febbraio 2013

IL DRAMMA DI TAZIO CAPIZZI E IL TEATRO CHIUSO





Un cane abbaia dentro il teatro chiuso. Surreale? Pirandelliano? Vero?






RECITARE LA VITA, RECITARE LA MORTE


            Si faceva sempre tardi dopo l'ultima proiezione al cinema. 
            Filippo e Martino detto Tinè commentavano il film visto ed erano abbastanza accalorati in prossimità dell’Abadiola. Come d’abitudine, quando arrivavano davanti al teatro, si separavano: uno proseguiva in direzione della Villa comunale e l’altro intraprendeva la salitella del “Purgatorio”. 
             Facevano sempre così.
            Quella volta a  Filippo il film era piaciuto semplicemente perché il protagonista andava su una Vespa e a lui piacevano i motori ma Tinè avrebbe voluto più azione, più movimento, qualche inseguimento, il picciotto che non moriva mai e almeno una scena d’amore.
            -  Anche le parole sono azione, - argomentò Filippo, - dipende dalle parole che si dicono, come  e quando si dicono. E poterle dire è già un miracolo.
-                   Ma Tinè, gesticolando, dissentiva e alzava la voce. La piazza dell’Abadiola solitamente era deserta, semibuia, e il teatro chiuso da anni.


            Erano fermi davanti al grande portone istoriato del teatro quando in un momento di silenzio, che avrebbe dato nuovo impulso alla discussione, sentono abbaiare. I latrati, a singhiozzo,  sembravano vicini. Ma erano come attutiti, potevano essere anche lontani: continuavano cadenzati. 
Filippo e Tinè lasciando perdere la discussione sul film tesero l’orecchio per indovinarne la provenienza. Poi si guardarono negli occhi meravigliati per interrogarsi e rispondersi reciprocamente: un cane dentro il teatro?! 

Accostarono l’orecchio al portone di ferro: ne ebbero conferma. Sebbene il teatro fosse inaccessibile. Sapevano che il teatro moderno introduceva bizzarrie, e gli attori si agitavano, ma fino a questo punto!
Né poteva essere  una comparsa  canina nel bel mezzo di una recita notturna.  Il teatro era chiuso. L’ultima rappresentazione risaliva a oltre quarant’anni fa. Forse qualche cane randagio si era intrufolato, improbabile tuttavia perché in attesa dei restauri il teatro era stato recintato, le porte erano sigillatissime, qualcuna addirittura murata.

            Strutture bucherellate in ogni ordine di palchi, lungo i corridoi stormivano fronde di alberi altissimi, divelti gli applicchi, sfondate le poltrone, brandelli di tela, fili penzolanti, locandine ammuffite, il tetto odorava di stelle e il pavimento di umida terra, agli angoli pietre accatastate e ortiche. Era in questo stato il teatro, in attesa di tornare agli antichi splendori, eppure a Filippo e Tinè, oltre ai latrati, parve di udire qualcuno, anzi, dal tono studiato della voce, che recitasse.
      Ssst!
      Ssst! Aspetta aspè.
            Si incollarono al portone.
            - Senti, senti, Tinè!
            - Sento, sento, Filì.




            “Signori, quando avrò da parlare, tacerò; quando da tacere, griderò. No. Non dico. Taccio. Del silenzio ho paura. Me ne fotto dei modelli, per non essere fottuto. Io insisto all’eversione, quando l’uomo è forte. La mia stagione preferita è la simulazione…”.

-       Che strane parole! – commentò Filippo.
-       A me pare più strano che a dirle sia Tatà! – integrò Martino detto Tinè.
-       Certo che non è normale recitare al buio davanti alle sedie vuote.
-       Con un cane che abbaia.
-       Ma è sicuro Tatà?
-       La voce è quella sua. E’ la sua cadenza.
-       Ma non l’abbiamo visto ieri sera in piazza? Ricordi?
-     Eccome no! Finita la vampa di San Giuseppe si è messo a salutare tutti, abbracciava, stringeva la mano a conoscenti e non conoscenti, come se dovesse partire, ma non si è capito per dove. Aveva una carpetta sotto il braccio.


            Mentre sussurravano i loro dubbi, sembrò di non udire più nulla. La voce di Tazio non poteva essere: vollero pensare che dopo la vampa se ne fosse andato a casa assieme al pastore belga che lo seguiva ovunque. E a casa sua immaginavano che fosse. 
            Comunque, era già tardi. 
            Si staccarono dal portone e se ne andarono anche loro. 
            Si diceva  che dopo la morte della madre, con la quale conviveva, Tazio avesse dato segni di squilibrio, ma fino a tal punto? Che fosse vera la voce di averlo visto dormire su una lastra di tomba al cimitero? Senza parenti prossimi, solo al mondo, si sarà visto perso, sempre in attesa di un impiego che non arrivava mai, con un inutile diploma in tasca.

            Arrivati a casa, Filippo e Tinè non potevano chiudere occhio. Quelle strane parole, il latrato del cane nel teatro chiuso, il repentino silenzio, e loro che erano andati via tranquillamente. Qualcuno poteva avere bisogno del loro aiuto. Il rimorso li spinse a fare qualcosa. Dopo una telefonata angosciosa  per mettersi la coscienza in pace reciprocamente, presero la decisione di avvisare subito i carabinieri.   

            Dopo mezz’ora, la pattuglia formata dal maresciallo e da due appuntati, dopo avere constatato un silenzio assoluto nei pressi del teatro, andò a bussare insistentemente alla porta di Tazio Capizzi. Perché non rispondeva? Occorreva assicurarsi che non rispondeva perché immerso nel sonno profondo, e per accertarlo il maresciallo diede ordine agli appuntati di chiamare i pompieri e di avvisare il sindaco per procurare le chiavi del teatro. Nel pieno del sonno il sindaco sobbalzò ma le chiavi non le teneva con sé, il sindaco fece avvisare il dirigente che a sua volta avvisò l’impiegato e questi i manutentori. In tante case si creò un notturno trambusto tra imprecazioni, passi strascicati, odore di caffè e compassione per il povero Tazio che chissà cosa gli era successo.


            Intorno alle due di notte si ritrovarono tutti all’Abadiola. 
            Sopraggiungevano nel frattempo la sirena e i lampeggianti dei pompieri ai quali, nella concitazione, per sbaglio era stata data l’indicazione del teatro che loro ben conoscevano e non dell’abitazione di Tazio che si trovava in un cortiletto internato del centro storico. Al passaggio si illuminarono alcune finestre. Non si poteva continuare a dormire  senza sapere cosa fosse successo: un incendio? un crollo? e dove?
            Si radunò una piccola folla. I manutentori infilarono la chiave nella toppa, ma andava a vuoto, provarono nel catenaccio ma questo non si apriva, gli occhi del sindaco fulminarono il dirigente che a sua volta rimproverò i sottoposti; gli altri mormoravano. I pompieri avevano soltanto piccozze e accette.
            - Qui ci vuole la tronchesina, - dissero i manutentori.
            Dove procurarsela a quell’ora di notte? Ci pensò Bertino, che aveva l’officina a due passi: finalmente tranciarono il catenaccio e spinsero piano piano il portone. 

            Quando furono dentro il teatro, dimenticarono per un momento il motivo per cui  si trovavano lì, rimasero  come incantati; sindaco, carabinieri, impiegati, pompieri, curiosi, tutti col naso all’insù: al posto del tetto si vedeva il cielo, a terra calpestavano erba, addossati alle pareti sbrecciate giganteschi alberi appena smossi dal vento. L’oscurità non faceva distinguere altro. Sembravano rovine. Sembrava campagna.  Poi i fari delle macchine spararono dentro la luce e illuminarono ogni cosa con violenza. Oh, che nisce! Ovunque nisce, polvere, ragnatele, precipitavano a festoni, si inarcavano come vele al minimo refolo. Un cane abbaiò brevemente e andò a nascondersi. Al centro del palcoscenico stava appeso ai cordami di scena un lungo fagotto che oscillava  come un battaglio di campana, a terra  una carpetta, fogli sparsi.

            Con uno sguardo, Filippo e Tinè capirono: Tazio aveva voluto recitare il suo dramma prima di morire.
            Nelle tasche gli rinvennero un foglietto con le ultime volontà: non nutriva rancore per nessuno, voleva raggiungere la madre, desiderava un funerale con la banda musicale e i fuochi d’artificio. 
             Insomma, se non l'aveva avuto in un teatro chiuso, al funerale avrebbe voluto un pubblico vero. 




Foto proprie.
Testo inedito, diritti riservati.

giovedì 14 febbraio 2013

INNO FLOREALE PER SAN VALENTINO




I "FIORI D'AMORE" DI NICOLÒ TINEBRA MARTORANA


Mentre il giovane Nicolò Tinebra Martorana  gorgoglia come acqua sorgiva il suo inno d'amore ad Angelina,  e lo fa con dediche speciali e carducciani versi da liceale, il pensiero di chi legge  svola di fiore in fiore per approdare alla propria Angelina, come dire alla propria Rosa, alla propria Concetta e perché no? alla propria Emily, Lucinda o Annemarie, corre ai sogni sfumati o prossimi a  realizzarsi, in contrade anche molto lontane dalla "Rocca Rossa" tinebriana.  





I fiori e le Angeline, di sempre, evocano primaverili risonanze, avocano la musica: una trapunta di note vivaldiane si adagia sui ricordi di ieri, sui  sentimenti di oggi, e li unifica in una dolcissima sensazione atemporale. 

La condizione spirituale da cui promanano i versi trabocca dagli stessi versi e li ricopre, è una condizione di entusiasmo giovanile, di gioia dei sensi, di titaniche speranze, di ingenuità. 

Una condizione bene detta da Baudelaire in Élévation anche se la compitante poesia del Tinebra  è visibilmente lontana  dal timbro baudelairiano: 


heureux...
celui dont les pensers, comme des alouettes,
vers le cieux le matin prennent un libre essor,

qui plane sur la vie, et, comprend sans effort
le langage des fleurs et des choses muettes!



felice... 
chi lancia i pensieri come allodole 
in libero volo verso i cieli nel mattino!

Felice chi, semplice, si libra sulla vita e intende
il linguaggio dei fiori e delle cose mute!

Altro che Fiori del male! Piuttosto, nei versi del giovane Nicolino, il mio amico compositore Domenico Mannella vi ravvisa "Fiori d'amore". 
E sia.





Con la tecnica e il desiderio dell'ape alla ricerca del divino nettare, rimando simbolico ad altri nettari più umani quali la poesia e l'amore,  i versi che seguono sono estrapolati dal libro di Nicolò Tinebra Martorana, Versi. Il linguaggio del mio core è in queste rime, Yucanprint, Tricase 2012, pubblicato amorevolmente e con scrupolo di studioso da Angelo Campanella, dopo il fortunoso e fortunato ritrovamento del manoscritto contenente le poesie composte nell'arco temporale 1891-1895, dai sedici ai vent'anni.
L'opera poetica di Nicolò Tinebra Martorana sarà presentata al Teatro Regina Margherita di Racalmuto il prossimo 23 marzo. 








plenus rimarum sum
IOVENALIS.

Sono pieno di rime

*
Ad Angelina mia, 
dopo un anno d’amore, 
dedico queste rime

*

Fior di giaggiolo, 
Imitar vorrei di rondinella il volo 
E posare sul tuo sen felice e solo

22 novembre 1894


*
Fiore di menta 
Viemmi sul cor, ché nell’alma senta
 La gran fiamma d’amor s’in te aumenta.

16 dicembre 1894

*
Fior di margherita, 
Vorrei baciare l’esili tue dita 
E saper se ti sei di me invaghita.

22 novembre 1894



*
Fiore di prato 
Viverti voglio eternamente a lato
 E godermi il fulgor d’un guardo amato

*
Fior di viola, 
Perch’il vederti spesso a me s’invola?
 Tu sai ch’un tuo sorriso mi consola




*
Fiore di rosa, 
Dolce profumo di violetta ombrosa, 
Al tuo pensier vanisce ogn’altra cosa.

*
Fiore di lino, 
Rosa son io dell’Italo giardino 
E viver vo’ sul cor di Nicolino



*
Dalla mia casetta campagnuola di Rocca Rossa
Un saluto autunnale:

Addio, serena quiete, più non sento 
Il seno tuo gioir di mille effluvi; 
La ria stagion s’appressa. Cupo e lento
 Io t’abbandono

20 ottobre 1894




*
Tu mi guardi con tanto desio, 
Tu mi baci con tanto languore! 
Vieni, sorgi, ti dice il cor mio;
O l’amore, l’amore, l’amore

14 aprile 1895











Luigi Infantino, Serenata a Mariuzza
http://www.youtube.com/watch?v=8FoGOwpyABs





Traduzione dei versi di Baudelaire dal francese di Claudio Rendina

Ringrazio Giuseppe Sardo Viscuglia per avermi dato la possibilità di corredare  le poesie con le sue impeccabili foto.



http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/02/lo-storico-ritorna-in-teatro-poeta.html



martedì 12 febbraio 2013

SUSSURRANO LE PALME APOCALISSI

Pensieri di ieri, pensieri di oggi.




In paese le passioni si muovono in carne e ossa e tu le incontri, volente o nolente, al panificio, al supermercato, in piazza, in chiesa, negli stessi luoghi, nelle stesse circostanze, presso gli stessi amici. 

E tutti si è avvolti in una ragnatela.
"Appunti domestici", aprile '98




Con chi polemizzo oggi, ho percorso un tratto della mia vieta ieri. 

Non riesco ad odiarlo. 

"Appunti domestici", gennaio 2013 






Passante frettoloso, 
non fermarti.

Il vento sfoglia un libro di Tagore.
O tu, che vuoi?

Passa, passa via, non lambire
la mia veste di sogno.

Perché indugi? Ignoto amico, va'.
Lasciami solo.

Non disprezzare.
Ingòlfati, lo vuoi, per strade e strade
in mille economici raggiri.

A forza non ti voglio trattenere.
Piuttosto, porta via, mi raccomando,
quel tuo sorriso ironico abbozzato.

Mentre tu passi e vai,
e quando passi, va'.





Io canto, io felice, io sembro
il più felice uomo del mondo.

Tu, me zimbello dici, in preda
a folli, impossibili ideali.

Minaccia l'ingranaggio: ci sfarina.
Sussurrano le palme apocalissi.

Un Angelo è passato, Grandi Ali,
l'Angelo della notte.

Il vento ha chiuso il libro di Tagore.

Notturno in Via Atenea, Cross Cultural Communications, Trapani-New York 1993.







Foto proprie, recentissime

lunedì 11 febbraio 2013

CARISSIMA LOULOU. Nota finale di Federico Messana




Federico  Messana

Nota finale




 Grazie, Piero, stai facendo un ottimo lavoro. La nota finale mi pareva doverosa per chi legge. A presto. Federico

I documenti della storia di Luisa e Don Eugenio sono assolutamente originali in quanto trattasi di lettere scambiate tra gli attori in questione. E cosa può esserci di più originale ed autentico di una lettera scritta in tempi non sospetti? Purtroppo mancano le tante lettere che il De Gubernatis spedì a Luisa da Firenze tranne alcune, le prime che, a giudizio di don Eugenio o per puro caso, si sono salvate dal falò purificatore. In particolare:

1)    presso la biblioteca di Firenze, nel “Fondo De Gubernatis”, ho trovato un centinaio di lettere spedite da Luisa al professore (dovrebbero essere tutte)

2)     presso i vari luoghi di residenza dei Caico ho rintracciato 5 lettere spedite da De Gubernatis a Luisa e tutte le lettere di don Eugenio inviate alla moglie dal soggiorno obbligato di Palermo, in attesa di potere rientrare a Montedoro, dopo il benestare dei fratelli

3)    si sono perse, perché bruciate da don Eugenio, tutte le altre lettere del DeGubernatis. Peccato, perché così non ho compreso il rammarico di don Eugenio per le eventuali proposte sconvenienti avanzate dal DeGubernatis a Luisa.

Dalle lettere comunque si evince la serietà e la durezza di carattere di donna Luisa che intesta le lettere sempre con un “gentile signore” rivolto al De Gubernatis (nonostante i due incontri avvenuti a Firenze, di cui uno da sola), ed un tiepido “caro Eugenio” rivolto al marito, mentre questi si sprofonda in “mia cara Lulù”, “mia carissima Lulù”.

Il De Gubernatis invece inizia con un “gentile signora” per passare al “cara signora” e poi al “piccola cara birichina”. Cosa avrà scritto in seguito per fare adirare don Eugenio, mite e paziente oltre ogni limite? Non ci resta che immaginarlo visto che lui stesso si attribuisce di possedere “la pazienza del ciuco”.



P.S.

Ti allego la copia di due lettere tra Lulù e De Gubernatis nel caso voglia inserirle come documentazione. Le lettere di Luisa in francese sono di difficile e paziente lettura, usurate dal tempo e dal tipo di carta e d'inchiostro.

Ciao, Federico






Questo post si ricollega all'Introduzione e la integra. Ecco il link