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venerdì 14 agosto 2026

LA MIA TESI DI LAUREA SU LUIGI RUSSO CRITICO E POLEMISTA. Introduzione

Il 14 agosto del 1961 Luigi Russo moriva a Marina di Pietrasanta.

Era nato a Delia il 29 novembre 1892




PIERO CARBONE


DAI MODELLI CULTURALI

ALLA POETICA DELLA “COLTA BARBARIE”.

Luigi Russo critico e polemista


Relatrice: Prof.ssa Michela Sacco Mesineo

Correlatore: Prof. Franco Lo Piparo


Indice


INTRODUZIONE

CAPITOLO I
TENDENZE TEORICHE E METODOLOGICHE NELLE PRIME OPERE
1. Dall’estetica implicita all’estetica esplicita
2. La componente desanctisiana
3. La componente gentiliana
4. La componente vichiana
5. La componente crociana

CAPITOL II
L’ORIGINALITA’ METODOLOGICA DEL RUSSO

1. Da un’analisi diacronica ad una analisi sincronica e tematica della metodologia russiana
2. Giustificazione teorica della critica e del commento
3. Critica come storia della critica
4. “Oratoria del gusto” e “descrittiva psicologico-estetica”
5. La “poetica”
6. Lo “storicismo lirico-simbolico”
7. La “politicità trascendentale”
8. La “patria celeste”
9. L’“umanità-forma”
10. La “colta barbarie”

CAPITOLO III
MOTIVI CRITICO-POLEMICI

1. Dalla critica alla polemica
2. L’autobiografismo
3.   Il “muliebrismo”
4.   La religiosità
5. La “siculità”

CAPITOLO IV
CRITICA, POLEMICA, IMPEGNO

1. Giustificazione, contenuti e stile della polemica
2. Critica come impegno e suo carattere polemico
3. Attualità di Russo

BIBLIOGRAFIA
- Opere di Luigi Russo (in ordine di pubblicazione)
- Opere consultate di altri autori



INTRODUZIONE



Parafrasando un giudizio del Guellemin su Voltaire, si potrebbe provocatoriamente dire del Russo: “La pensée esthétique de Luigi Russo, ça n’esiste pas” (1), gli si potrebbe riconoscere, tutt’al più, la formulazione e l’esercizio sicuro di una metodologia critica (non del tutto originalmente elaborata) (2).

L’accostamento a Voltaire non avviene per banale analogia col filosofo francese essendo stato, il Russo, un “Voltaire siciliano” (3), l’analogia, semmai, vuole richiamare la funzione svolta da Russo in Italia nei confronti dello storicismo, analoga a quella svolta da Voltaire, in campo europeo, con le nuove idee filosofiche maturate in Inghilterra.

Impegnato sul doppio fronte letterario e civile, il critico di Delia, vero polemista di eccezione, suscitò attorno a sé entusiastici ammiratori (4) e avversari irriducibili (5), fu la sua amicizia sincera e il suo giudizio implacabile, anche con gli amici (6).
Non ebbe mai la pretesa di essere un innovatore a tutti i costi, volle realizzare, piuttosto, l’ideale dell’uomo letterato che sa armonizzare le esigenze di un rigore ascetico, tipico dello studioso, con l’impegno etico-politico, secondo il più schietto insegnamento gentiliano e desanctisiano (7), dando esempio in sé del tramonto del letterato “seguestrato” dalla vita (8).

Accettò il ruolo del critico e commentatore di testi non come un ruolo subordinato e secondario, ma con piena coscienza della dignità “autonoma” della critica (9).
L’arrovello degli idoli polemici, da una parte, e l’appassionamento per i “suoi”  autori e per le sue idee, dall’altra, gli facilitarono l’individuazione di un mondo d’interessi ben caratterizzato e la creazione di uno stile originale (10).
Nonostante il tono vivace della polemica, la “reattività morale” (11) lo preservò sempre dalla retorica e diede forza di convinzione alle sue metafore.

Animatore del dibattito letterario e politico, è stato uno dei punti di riferimento della vita culturale italiana per oltre un cinquantennio; si sentì investito di una missione di rigenerazione morale e si fece assertore dei valori della ragione e della storia in un momento in cui si era volontaristi in politica, frammentisti nella critica, estetizzanti in arte; in un secondo momento, si fece teorico e sostenitore di un cristianesino laico quando gli parve che gli animi e le menti, invece di esercitarsi liberamente, si piegassero, sotto l’autorità ecclesiastica, al moralismo gesuitico, perché sempre paventò il ritorno di un nuovo oscurantismo controriformistico (12).

Non privo di contraddizioni e di incertezze nella definizione delle proprie scelte filosofiche e politiche (13), rappresenta una figura di intellettuale da studiare e da capire ulteriormente se si vuole approfondire la conoscenza del panorama culturale della prima metà del Novecento (14).
Lo scopo del presente lavoro, pertanto, mira a meglio delineare lo specifico del pensiero russiano nel dialogo con i maestri e gli avversari, e a determinare in che misura si tradusse in metodologia critica (15).

Nella disponibilità a ridefinire le proprie idee va individuata una traccia del sistema critico-filosofico russiano: “E se qualcuno ci domandasse: ma quale il vostro punto di vista nuovo? quale la vostra critica? noi risponderemmo che il nuovo per il nuovo non è stata mai una ricerca scientifica o artistica valida e fruttuosa, e che, nel campo della critica, il nuovo è nel continuo porre nuovi problemi su nuove esperienze, e concretamente risolverli” (16).

Ma sarebbe riduttivo vedere nel Russo l’occasionale riecheggiatore di temi e motivi trafugati or da questo or da quel pensatore, piuttosto, vorremmo dire il sistema di idee russiano un sistema aperto o composito proteso, senza averne la boria, a risolvere elementi filosofico-estetici desanctisiani, vichiani, crociani e gentiliani. Da qui l’importanza che riveste la sua opera (17). Non è possibile, infatti, avere scienza ed esercitare scienza, qual è la critica, con un apparato frammentario di idee non bene organato e senza un nucleo teorico che spieghi coerentemente quelle idee e se stesso.
Certo, sarebbe più corretto parlare di metodo e non di sistema a proposito del Russo e della critica, ma, d’altra parte, sarebbe riduttivo affrontare uno studio su di lui sottolineando preventivamente le sue scarse attitudini speculative (18). L’indicazione, invece, del “sistema virtuale” nel Nostro, più che una suggestione, vorrebbe essere un concreto orientamento di ricerca.

Quanto egli sia stato uno spirito sistematico si cercherà di precisare, sicuramente non è stato un frammenti sta alla De Robertis. L’itinerario mentale e umano dell’“irrequieto” Russo risulta, alla fine, una lunga fedeltà a se stesso pur nel difficile compito di revisione delle sue scelte culturali e politiche.

Le valutazioni dell’opera complessiva e della personalità russiane sono state finora oggetto di disparati e opposti giudizi, oscillano da un Russo psittacus crocianus (così veniva definito in periodo fascista e da fascisti) a un Russo “reincarnazione gentiliana” (accusa rivoltagli dai crociani ortodossi), a un Russo “scrittore brillante e originale” ma poco originale come critico, a un Russo “maestro di vita e di metodologia critico-letteraria”, a un Russo “fossile della critica” (quest’ultimo, il più sommario e sbrigativo tra i giudizi finora registrati).
 
Sul piano più prettamente politico è stato definito un “liberale di sinistra”, un “compagno di strada”, uno “storicista militante”, un “animatore della cultura d’opposizione”, il “campione della borghesia più intelligente e progressiva”, etc..

Ripercorrere il cammino storico-formativo del Russo, ed analizzarne i risultati più maturi e le concrete scelte politiche, porterà naturalmente ad acconsentire con l’una o l’altra delle valutazioni che finora sono state approntate dai vari studiosi sull’opera e sulla personalità del critico siciliano.
Piuttosto che tentare di dare una nuova formula definitoria, si preferisce studiare le ragioni che hanno portato alle definizioni già esistenti. Il giudizio finale, con cui al termine dell’indagine si converrà, non sarà più, forse, e come dice il Croce, “l’antico e il comune”.
 
Note








 Link correlati:

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Palermo, 19 marzo 1986
Facoltà di Lettere e Filosofia, Aula Columba










venerdì 14 ottobre 2016

STORIE E PERSONAGGI: INTERVISTA A CALOGERO CINO. Dalla tesi di laurea di Lucrezia Salemi

Come programmato, dopo le interviste

a Clemente (Dino) Casuccio,
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2016/09/storie-e-personaggi-intervista-clemente.html



pubblico la quarta delle cinque interviste raccolte nell'Appendice alla Tesi di laurea "Storia di Racalmuto dal 1943 al 1980, discussa da Lucrezia Salemi nell'anno accademico 1992-1993, 
relatore il prof. Francesco Renda.

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sabato 8 ottobre 2016

STORIE E PERSONAGGI: INTERVISTA A MICHELANGELO GARLISI. Dalla tesi di laurea di Lucrezia Salemi

Come programmato, dopo le interviste a Clemente (Dino) Casuccio e a Federico Martorana, pubblico la terza delle cinque interviste raccolte nell'Appendice alla Tesi di laurea "Storia di Racalmuto dal 1943 al 1980, discussa  da Lucrezia Salemi nell'anno accademico 1992-1993, relatore il prof. Francesco Renda.




Anche piccoli frammenti, 
così come avviene in archeologia,
  possono rimandarci significativamente a un mondo che può sembrare sempre più lontano
anche se relativamente prossimo. 
E rivelarci riverberi inaspettati, chicche, come quella sul prof. Francesco Renda
che forse ci rimanda, alla stregua delle favole, ad una morale: tutti uguali, tutti diversi.

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Intervista a Clemente (Dino) Casuccio

Intervista a Federico Martorana

mercoledì 21 settembre 2016

STORIE E PERSONAGGI: INTERVISTA A FEDERICO MARTORANA. Dalla tesi di laurea di Lucrezia Salemi

La storia sotto i nostri occhi


Come concordato con l'Autrice, dopo l'intervista a Clemente (Dino) Casuccio, si pubblica la seconda delle cinque interviste raccolte nell'Appendice alla Tesi di laurea  "Storia di Racalmuto dal 1943 al 1980, discussa nell'anno accademico 1992-1993, relatore il prof. Francesco Renda. 


Si tenga presente che date e dati riportati nella tesi risalgono  ad oltre vent'anni fa ovvero al periodo in cui la testi è stata compilata.

Al centro: Federico Martorana; 
alla sua destra: Enrico Berlinguer, segretario nazionale del P.C.I.
Foto pubblicata sulla sua bacheca facebook.

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giovedì 18 agosto 2016

QUANDO LA MODA DIVENTA TESI. Irene Milisenda indaga su "L'anima siciliana di Dolce & Gabbana". Non dimenticando Polizzi Generosa


E' stato un piacere, un onore, sfogliare la sua tesi di laurea sotto il pino allo Zaccanello, tra una granita e albi chicchi d'uva.  Potevano mancare i taralli?
Grazie a Irene Milisenda per i confetti e i ringraziamenti.

Identità e territorialità: L'anima siciliana di Dolce & Gabbana.
Tesi  di Irene Maria Rita Milisenda.
Relatore: Giuseppe Paternostro

Lei, in gamba. Il giornalismo non solo agrigentino, vedrete, ne trarrà giovamento.
La tesi, da pubblicare.


A lei auguro di vincere la scommessa, a me, che preconizzo lusinghieri traguardi, di non perderla.

















martedì 9 agosto 2016

EQUIVOCO ALLA BIBLIOTECA COMUNALE DI RACALMUTO. Tutto per colpa di una porta "a vaniddruzza"



e la donazione?



Quando ho visto la porta “a vaniddruzza”, cioè socchiusa, ho subito pensato di non avere fatto il viaggio a vuoto perché il 5 agosto è probabile, anche se non opportuno, che una biblioteca sia chiusa per ferie o aperta con orario e personale ridotto.  Non ho fatto in tempo a varcare la porta semiaperta perché subito sono stato avvertito dagli impiegati che la biblioteca era “chiusa”.

Vabbè che in Sicilia siamo abituati agli ossimori di cui l’Etna è l’emblema con quel cratere eruttante fuoco contornato di neve, ma le mie pupille avranno roteato dubbiose, sprizzando stupore, per l’essermi ritrovato al varco della porta (semi)aperta di una biblioteca “chiusa”.

Non c’è stato bisogno di parlare, di spiegare: mi è stata indicata la porta all’altezza dei miei occhi: mi sono appena girato sul lato destro e ho capito, la spiegazione era sicuramente contenuta nell’avviso attaccato sulla porta a vetro con lo scotch d’imballaggio. Una finezza semantica, come si vedrà.


Con tanto di delibera, l’avviso parlava chiaro, la Biblioteca Comunale sarebbe rimasta chiusa al pubblico “a far data dal giorno15.22016 e sino alla conclusione dei lavori di riordino interno, mediante inventario del materiale librario di questa Biblioteca”.

Tutto chiaro? Manco per niente!
Quasi sei mesi di chiusura erano troppi. Per il riordino interno impiega meno tempo  la Biblioteca centrale di Palermo che conta molti più libri e documenti, forse milioni.  
Se riordino doveva essere, che ci facevano i libri dentro i sacchi neri che solitamente si usano per la spazzatura?


E non solo libri, immagino: probabilmente anche la tesi di laurea che avrei voluto consultare e che l’autrice mi aveva detto di averne fatto dono alla biblioteca per la consultazione, "Storia di Racalmuto dal 1943 al 1980", discussa nell'anno accademico 1992-1993.

Ma anche quando si trovasse ancora in uno degli scaffali semivuoti, non avrei potuto consultarla ugualmente poiché la biblioteca era “chiusa”.
Non solo la suddetta tesi avrei voluto consultare, avrei ripreso volentieri tra le mani altri libri, avrei reiterato la domanda rivolta al personale della biblioteca ai primi di gennaio  quando mi trovavo in paese per le vacanze natalizie.


La domanda sarebbe stata la seguente: sono stati catalogati i libri donati alla Biblioteca dai poeti nel raduno del 3 agosto 2014 al Castello Chiaramontano?

Donazione avvenuta ufficialmente dinanzi all’allora responsabile delle attività culturali del Castello Piero Baiamonte e del neo assessore alla Cultura Salvatore Picone.

Alla suddetta donazione, erano stati invitati i poeti ufficialmente in locandina e nei comunicati stampa. 
 
Essendomi ritrovato tra gli organizzatori  dell’evento “Poeti @ Racalmuto”, per correttezza volevo sincerarmi che l’iniziativa si fosse conclusa come previsto: purtroppo la domanda era stata posta con esito negativo nell’estate del 2015, i libri non venivano menzionati sul registro degli “ingressi” per la semplice ragione che la Biblioteca non li aveva mai ricevuti.

Auspicavo  altresì che si  fosse dato riscontro delle donazioni, ringraziando, magari con una lettera ufficiale e cordialissima come è capitato a me quando feci dono di alcune pubblicazioni alla biblioteca di Cianciana.


A questi miei rilievi e constatazioni probabilmente seguiranno risposte più o meno ufficiali e “pezze” giustificative e giustificatorie,  anche se le giustificazioni tecnico-politiche lasciano il tempo che trovano rispetto ad una semplice prassi che si doveva rispettare.

Infine, riguardo all’inadempienza degli ultimi sei mesi, la risposta forse sta nello scotch con cui è stata affissa la delibera dietro la porta a vetri della biblioteca: che fosse un "segno" allusivo di indiretto messaggio?

Trattandosi di uno scotch d’imballaggio, la chiusura della biblioteca oltre che a un riordino di routine si sarebbe potuta connettere ad un vero e proprio trasloco, nelle cui operazioni lo scotch è sovente utilizzato.  

Si spiegherebbe così il perché dei libri di letteratura per ragazzi sigillati dentro i sacchi della spazzatura. 

In tutto questo, una consolazione vacanziera: meno male che d’estate si va al mare e si ricorre meno ai prestiti in biblioteca!

Tuttavia, si deve pur dire che le strade della cultura dovrebbero condurre ad una biblioteca aperta anche d'estate. Anche quelle degli Scrittori.





post relativo a 
Poeti @ Racalmuto 3 agosto 2014

scotch multiuso

strade della cultura

sabato 3 agosto 2013

SICULITÀ DI RUSSO, SICULITÀ PER RUSSO





Nel volume Delia per Luigi Russo, a cura di Antonio Vitellaro, che raccoglie "tutte le iniziative organizzate dal Comune di Delia dal 1961 al 2011 per ricordare l'illustre concittadino", voluto e pubblicato dall'amministrazione di Delia presieduta dal sindaco Calogero Messana, si fa ricorso, nei discorsi introduttivi, alla categoria della "sicilitudine", riferendola al modo di essere intellettuale e siciliano di Luigi Russo: alla sua rielaborazione sentimentale e culturale attraverso la scrittura.



Non che la citazione non fosse opportuna, ma perlomeno accanto alla suddetta sicilitudine, elaborata dallo scrittore d'avanguardia palermitano Crescenzio Cane, assimilata da Sciascia e da lui pubblicata nel 1970 ne La corda pazza per Einaudi, resa popolare e quasi luogo comune dagli articoli dei giornalisti più che dalle interpretazioni dei critici, termine di cui Salvatore Di Marco non vuol sentir parlare per il troppo parlarne, banalmente e a sproposito, quasi trito luogo comune. Ha scritto Di Marco, quasi per inciso: "E non parlatemi di sicilitudine che è una brodaglia dove tutti hanno inzuppato il loro boccone di pane".  


Accanto al suddetto termine, dunque, si ponga anche l'altro, la "siculità": una categoria russiana da applicare allo stesso  Russo per provare a comprenderlo forse più fedelmente.


                                                                                                                           

LA “SICULITÀ” DI LUIGI RUSSO

Quando Luigi Russo identificò ed indicò una caratteristica culturale, una tendenza ideologica o un atteggiamento mentale con una città o una regione, adottò quella città e quella regione in senso metaforico; potrà quindi dire di ritrovare Firenze “dispersa in tutta l’Italia, e (che lo) insegue come un’ombra: miscuglio di scetticismo e di eleganza, di ateismo e di sottigliezza critica, di conformismo e di trivellante raffinatezza” (1).

Intese Napoli e Firenze come “metafore storiche”, la loro opposizione adombrerà il “conflitto necessario” tra la “grande ragione” e la “piccola ragione”, tra una cultura “di tipo vichiano, viva, piena di fede, animosa, antropocentrica” e una cultura “di tipo galileiano, col senso dei particolari sottilissimo, ma ormai un po’ stanca, senile, acentrica, con una sfiducia un po’ atea negli studi e nella letteratura” (2), la prima di indirizzo storiografico-dialettico, l’altra di indirizzo filologico-grammaticale; Napoli, laica e collegata alla cultura nazionale ed europea; Firenze, “paolotta”, provinciale e chiusa.


E parlando del Gentile, contaminatosi ideologicamente a Roma, “città dell’Apocalissi”, il Russo dirà Pisa, Napoli, Roma essere “semplici metafore biografiche, perché ciascuno ha la sua Roma dell’Apocalissi dentro, prima ancora di viverci e di mescolarvisi” (3).

Parimenti, per il Boccaccio, Pisa, Napoli e Firenze saranno le tre “città-mito” presenti nella sua vita e nella sua opera: la prima per i “rapporti misteriosi del sangue”, la seconda per la “fascinosa esperienza di sollazzi amorosi”, la terza per la lingua e la tradizione letteraria.


Per lo stesso Russo, la lontana Sicilia, in cui nacque e dove aveva legami carnali, fu la sua patria ideale che arrivava fino a Napoli e formava polo di cultura storicista in contrapposizione alla patria “piagnonesca” e “leopoldina” Firenze-Pisa, dov’egli molto dimorò.

Nella misura in cui la “sicilianità” non la si faceva valere in senso metaforico (come a lui avveniva per le città di cui s’è detto) ma come il prodotto di un condizionamento storico-geografico alla Madame de Staël, il Russo non volle intraprendere simili ricerche riguardanti gli autori siciliani.


Il Russo non credette mai al “mito della sicilianità” come non credette all’altro mito della “toscanità”, perché entrambe “forme di mitologia etnica assai arretrate” (4). Quando volle caratterizzare in senso siciliano un autore, un’opera, uno stile, si avvalse del neologismo “siculità”. Egli parla di “provincialismo illustre, o siculità illustre, così come per qualche scrittore latino si parla di patavinità o di ibericità” (5).

La “sicilianità” aveva la pretesa di dare la caratteristica etnica del tipo siciliano, secondo le sorpassate teorie idealistico-romantiche, per cui si poteva concepire una “storia dello spirito siciliano”, e, in sede di storiografia letteraria, si poteva scorrere una letteratura per individuare “lo scrittore che (potesse) dirsi veramente il poeta della Sicilia” (6).


Il critico originario di Delia reagì sempre a siffatte ricerche care ai sociologi che volevano dare con le loro generalizzazioni “scientifiche” le caratteristiche ambientali, storiche, culturali della “sicilianità” a partire dal dato etnico. Tuttavia, trovandosi ad esaminare le opere di alcuni autori siciliani, fece ricorso alla nozione di “siculità” per indicare il carattere sicilianeggiante di un linguaggio, di un paesaggio, di un luogo, di una scena rappresentata, ispirati alla Sicilia, ma che non costituissero la deprecata “Sicilianità”.


La “siculità” nell’arte verghiana, ad esempio, ha rappresentato la risoluzione estetica originale dei rapporti tra la lingua immediata e lingua artistica, tra vicende biografiche e narrazione, mentre la “sicilianità” non permetteva di risolvere questi rapporti esteticamente. Con la nozione di “sicilianità”, infatti, si tendeva ad identificare dei contenuti “siciliani” con l’arte; la “siculità” trascende il contenuto (che in questo caso è il mondo siciliano) per ritrovarlo trasfigurato nella forma che sa creare il poeta.


Nel complesso rapporto che intercorre tra dialetto e lingua letteraria, il Verga perviene al segno più alto della sua arte quando, nell’ottica della siculità, sa liberarsi sia dal dialetto siciliano preso nella sua materialità sia dal “fiorentinesco”, dalle “fiorintinerie” e dal “fiorentineggiare”. 
La “siculità illustre” viene ad essere “l’idea platonica della lingua, a cui (lo scrittore) si sforza sempre di adeguarsi, non riuscendovi, per fortuna... mai pienamente”(7), “lingua degli angeli”, “lingua-mito” , “lingua ricordata” liricamente che nel contrasto e nella contaminazione con la "lingua parlata" genera uno stile, lo stile inconfondibile del singolo poeta.


Questa “idea platonica della lingua” verghiana non è realizzata attraverso un incastro di frammenti linguistici presi nella loro immediatezza dalla parlata quotidiana; essa è ben lontana dall’ “italiano regionale di Sicilia” con cui ci ha inondato e imbastardito in tempi a noi più vicini Andrea Camilleri, un italiano, il suo, realizzato in taluni casi attraverso l’ “adattamento fonetico” di parole dialettali all’italiano o attraverso l’adattamento dell’italiano alle strutture sintattiche dialettali. L’“italiano regionale” è di per sé un fenomeno preartistico. Si veda a tal proposito lo studio di A. Leone, L’italiano regionale di Sicilia, Il Mulino, Bologna 1982.

La “siculità” russiana, invece, indica un fenomeno poetico-linguistico, riscontrabile negli scrittori, nel nostro caso siciliani o sicilianeggianti, che si foggiano, a partire dal dialetto indotto congiunto all’italiano acquisito, una lingua adatta ad esprimere un contenuto poetico che le è inscindibile. 

“... Per noi le parole valgono non per sé ma per la sintassi di immagini in cui vengono alla luce” afferma Russo nel saggio su Giovanni Verga.


L’artista, infatti, a differenza del comune parlante (anche se colto), trascende l’idiotismo perché sa andare oltre la parlata comune e realizza la “classicità dialettale”, che è una classicità non solo linguistica ma anche poetica: “La ricerca della lingua si riduce ad essere ricerca dello stile” (8). La “siculità” diventa lo strumento linguistico che sussume l’atteggiamento morale e si materializza come procedimento stilistico attraverso cui il poeta o scrittore esprime la sua poetica e la sua moralità, sicché “il tribolo morale dell’artista diventa scrupolo di stilista” (9). Anche il sentimento vi s’embrica, un sentimento non gridato, non esibito ma sublimato in fragranza appena percettibile.

In tutta la letteratura siciliana, solo un’altra volta, oltre che nel Verga, si riscontra, per il Russo, la compiuta trasfigurazione della Sicilia storica e geografica nella “siculità”, e precisamente nel Gattopardo del Tomasi di Lampedusa. Se gli fosse stato temporalmente possibile, attraverso codesta nozione di siculità, magari sarebbero venute fuori altre “letture” emblematiche di autori a lui posteriori. Di Vincenzo Consolo molto verosimilmente. E di pochi altri.




© Piero Carbone. Rifacimento di un capitolo della tesi di Laurea "Dai modelli culturali alla poetica della 'colta barbarie'. Luigi Russo critico e polemista", anno accademico 1985/1986, relatrice prof.ssa Michela Sacco Messineo.

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NOTE: 1. Luigi RUSSO, Francesco De Sanctis e la cultura napoletana (1860-1885), Sansoni, Firenze 1959, 3° ediz., pag. 236 nota. 2. Ivi. 3. IDEM, La critica letteraria contemporanea, vol. II, Sansoni, Firenze 1977, 5° ediz., pag. 333. 4. IDEM, Elogio della polemica. Testimonianze di vita e di cultura (1918- 1932), Laterza, Bari 1933, pag. 118 nota. 5. IDEM, Giovanni Verga, Laterza, Bari 1971, 5° ediz., pag.. 312. 6. IDEM, Elogio della polemica, cit., pag. 120. 7. IDEM, Giovanni Verga, cit., pag. 282. 8. Ivi pag. 302. 9. Ivi pag. 66.

precedentemente pubblicato in "Lumie di Sicilia", n. 58, ottobre 2006, a cura dell'A.CU. SI. F. (Associazione Culturale Sicilia Firenze):
http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n58.pdf

Foto proprie.