domenica 16 dicembre 2012

UN BENGALA PER CRESCENZIO CANE





Crescenzio Cane


E’ morto Crescenzio Cane.

Nicola Lo Bianco, suo amico e sostenitore, me l’ha comunicato con una telefonata notturna, giustificata nell’orario dall’eccezionalità della notizia. Un’eccezionalità non commisurata, come ormai siamo abituati col nostro palato intellettuale e gusto estetico  sfatti e omologati, alla grancassa giornalistica, alla notorietà televisiva, alla chiacchiera politica, al gong del gossip e dei talk show. 
Eppure eccezionale, Crescenzio Cane, semplicemente perché ha vissuto con autenticità la sua esperienza di artista, pagando di persona il conto presentato dai suoi sogni infranti, dalle sue utopie deflagrate, forse smentite dalla realtà molto più prosastica, distante anni luce da quei sogni, da quelle utopie. 
Dal lavoro dei lavoratori alla finanza degli speculatori, dalla speranza allo spread, ce ne corre.


Lavori di Crescenzio Cane


Crescenzio Cane è il poeta della “bomba proletaria” e della “sicilitudine” - è suo e non di altri, come pappagallescamente si è venuto ripetendo, defraundandolo anche delle parole, il neologismo coniato sulla falsariga della négritude di Léopold Sédar Senghor.
 Nella prima metà degli Anni Settanta si scagliava contro “la piaga cronica degli intellettuali siciliani” per avere perso il contatto con le masse e la base popolare. Quando le masse e il popolo che cercavano riscatto venivano percepite con umanità, come umanità, al netto di ideologie totalizzanti e dogmatiche.

Poeta tra i poeti dell’Antigruppo, contestava il potere sotto ogni sua forma, non ultimo il potere culturale, le camarille, le consorterie, i letterati distaccati dalla realtà con il loro linguaggio esangue e lambiccato.
Emarginale tra gli emarginali  ovvero ai margini del potere editoriale, giornalistico, accademico. I poeti dell’Antigurppo, ma meglio dire poeti-testimoni di loro stessi, venivano sistematicamente emarginati; i fogli ciclostilati divennero mezzo e simbolo di resistenza culturale. 


Come Nat Scammacca, propugnava l’etica populista foriera di cambiamenti e impeti rivoluzionari. Per avvicinarsi alla base popolare bisognava privilegiare il contenuto, i bisogni veri, e veicolarli con immediatezza, con il linguaggio della gente comune, del proletariato, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche.


            Comunicabilità e oralità erano gli aspetti salienti dell’anima populista dell’Antigruppo incarnati dal marxista-leninista Cane che, superstite di un’epoca e di se stesso, ebbe a definirsi, nel colloquio che  ebbi a casa sua qualche anno fa, francescano. Dalle bombe proletarie era trapassato, nella scrittura, alla rappacificante speranza, per rinunciare infine alla stessa scrittura, alle parole divenute intorno a lui di pezza, di plastica, banali, e abdicare in maniera quasi esclusiva alla non discorsiva pittura naïve. 


 Sui suoi meriti artistici scenderanno in campo i critici con scalpello e filo a piombo per incasellarlo, qui si voleva rendere onore a un combattente che voleva cambiare la società e il mondo a mani nude, con i sogni demiurgici veicolati dalle sue parole.    

Con Crescenzio





Foto proprie, scattate in occasione della visita a Crescenzio Cane il 21 marzo 2006

1 commento:

  1. Postato su Facebook:

    Nicola Lo Bianco:
    Ho avuto la triste notizia mentre ero in partenza:un poeta autentico verace,la memoria della parte più nobile e combattiva di Palermo,e non dimentichiamo il pittore non meno grande e originale. A presto, Crescenzio.

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