martedì 4 dicembre 2012

GLI ARABI DALLE NOSTRE PARTI



L’esperienza di un dialettologo a Racalmuto agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso 



In arabo due toponimi nostrani, Raff e Sarqi: Raffo e Saraceno


GLI ARABI DALLE NOSTRE PARTI

di

Salvatore C. Trovato (Università di Catania)


Un nodo da sciogliere: perché casola invece di fasola nel Ragusano?

Non avrei mai pensato, quando, studente universitario di primo anno, appresi dal professor Giorgio Piccitto, – alle lezioni di Glottologia – che a fasola, in italiano ‘i fagioli’, si chiamasse a casola a Ragusa, non avrei mai pensato, dicevo, che la soluzione di quel k- per f-, problematico in quella primavera del 1967, l’avrei trovata un giorno a Racalmuto in provincia di Agrigento. Quasi senza cercarla.
Peraltro, avendo avuto modo di conoscere, di lì a poco, una studentessa universitaria della provincia di Agrigento che studiava nella mia stessa Università e che collaborava per la sua area alla raccolta di materiali per il Vocabolario siciliano, grazie a lei venni a conoscenza del fatto che, in area agrigentina, appunto, la carruba si chiamasse farrubba. Il problema del k- per f- si poneva ora, in maniera speculare, accanto al problema dell’f- per k-.
Da dove partire?

I due problemi non potevano non essere interrelati e tutto mi faceva credere che costituissero la doppia faccia della stessa medaglia.
Non potevo aver fretta. Del resto sapevo – me l’avevano frattanto insegnato tanti maestri, Giorgio Piccitto e Giovanni Tropea a Catania, Manlio Cortelazzo e Giovan Battista Pellegrini a Padova – che dietro alla soluzione di un problema si poteva stare anche anni. Pellegrini lo ribadiva particolarmente per la ricerca etimologica. L’importante è porseli, i problemi. Poi, per quel che riguarda l’etimologia – e in genere la linguistica storica – la soluzione arriva quando si viene a scoprire l’anello mancante.
D’altra parte, più volte i miei genitori – pure loro maestri, di vita più che di studi – mi avevano esortato alla costanza col noto proverbio dammi tempu chi ti pèrciu!, che è quanto un topolino avrebbe detto a una noce sana e robusta, sicura di non essere bucata dai dentini del piccolo topo, il quale, invece, per la costanza riuscì nel suo intento.


Fagioli e carrube


La soluzione è lontana: nell’area agrigentina

Fu così che la soluzione di quella strana aporia, k- per f- e f- per k-, mi balenò nitida in un’assolata mattina d’agosto, a Racalmuto, durante un’inchiesta dialettologica che vale la pena ricordare.
Passavo una parte delle vacanze estive a Castrofilippo, dai miei suoceri  – la       ragazza agrigentina era frattanto diventata mia moglie.
Che fare a Castrofilippo, un piccolo paese dove non succede niente, dove in campagna, chi non vi lavora, ci va solo nel tardo pomeriggio per diporto, dove la gente, d’estate soprattutto, è intenta al lavoro nei vigneti e negli orti o ai commerci e non si trova quasi nessuno per le strade assolate?
O studiare o, nella mia condizione, esercitare il mestiere del dialettologo. In giro per i paesi vicini. Peraltro con l’avidità di chi sa di trovarsi in una zona quasi maghrebina, dove gli uomini, taciturni, bassi e scuri sembrano rassegnati alla vita e al sole cocente, e con l’interesse dello studioso a scoprire un’area poco nota e, forse, poco studiata.
Inseguivo l’idea che la presenza dell’arabo in quell’area dovesse essere ancora forte.





Scebba al posto di liscìa e ticchjara: alcuni arabismi di prevalente area agrigentina

Nella famiglia di mia moglie sentivo ancora adoperare – dalla nonna anziana –  due arabismi che mi avevano particolarmente colpito:  scebba ‘un particolare tipo di cenere per il ranno’ a me nota come liscìa, e ticchjara ‘il caprifico’, partic. nel prov. caru amicu - la ticchjara fa li ficu per dire che ‘è dovuta al caprifico la fecondazione dei fichi’ e estens. ‘è la persona adeguata, ad es. l’artigiano specialista, a portare a buon termine un lavoro specifico, e non il praticone che sa fare tutto, ma in maniera assai dozzinale’. In quella zona, infatti, nel periodo adeguato si raccolgono ancora i frutti del caprifico, se ne fa una collana e con questa si inghirlanda l’albero del fico pronto a sbocciare.



Da Castrofilippo al Vocabolario Siciliano

Quante altre parole, locuzioni, proverbi e costrutti particolari avevo frattanto potuto raccogliere nella piccola Castrofilippo, in gran parte finiti nel Vocabolario siciliano fondato da Giorgio Piccitto e allora in fase di realizzazione (i cinque volmi vennero completati poi nel 2002).
Come non ricordare, a questo proposito, la diversa collocazione degli elementi di una frase complessa pronunciata con tono enfatico, cpome, ad esempio, Ti li dugnu! vidi ca (lett. ‘Te le do!, vedi che’) detta come minaccia, ad es. a un bambino, che ha fatto finta di niente del primo non marcato avvertimento Vidi ca ti li dugnu!; o la focalizzazione in chjovi, quasi ca per attirare l’attenzione dell’interlocutore sull’imminenza della pioggia, e ancora la marcatezza del costrutto iu menzu foddhi sugnu, mpazzi ca ti pari ca! per dire che l’apparente calma del soggetto che parla è illusoria e che è il caso di smettere di fare o di dire qc. che urti la sua suscettibilità (lett. ‘io mezzo folle sono, non faccia che ti sembri che [non sia così])!
Come non ricordare queste cose e tante altre ancora?




Su queste basi e sull’onda dell’entusiasmo della conoscenza della Sicilia linguistica che s’allargava sempre più attraverso la redazione di centinaia di pagine del Vocabolario Siciliano, nulla di meglio mi si poteva offrire del conoscere dall’interno un’area nella quale il diffuso bilinguismo arabo-romanzo di quasi un millennio prima continuava a restituire alla ricerca ben più che frustoli sparuti. Triddinari, ad esempio, il nome della cicatricola dell’uovo – spesso presente in Sicilia insieme a farrubbeddra – trovava motivazione proprio in quest’ultima denominazione che muove dal modello arabo h a r r ū b ‘nome d’una piccola moneta di bronzo, di 3 centesimi’, di cui è traduzione. 

E la stessa cosa può dirsi della coppia  (crapa) fartasa/tignusa ‘capra senza corna’. La parola araba, anzi berbera, fartasa, è diffusa in una piccola area nordorientale tra Adrano e Messina, un’area che nel Medioevo fu prevalentemente greca, ma manca ad Agrigento, la capitale dei Berberi di Sicilia, e nella Sicilia centrale, dove è invece presente tignusa
Nella cuspide nordorientale i pastori e i caprai agrigentini avevano esportato la capra maghrebina, senza corna, e il nome, fartasa: oscuro e immotivato per i loro colleghi di lingua greca, che quel nome accolsero come prestito. Ma non per loro che, attori del bilinguismo romanzo-arabo, furono in grado di tradurre fartasa con tignusa.

Nulla di meglio, su queste basi, che esplorare la zona a cavallo tra Caltanissetta ed Agrigento, a cominciare dai piccoli centri, nell’Agrigentino, di Racalmuto, Grotte, Comitini, Favara e, nel Nisseno, di Delia, Milena, Bompensiere, gran parte dei quali con nome arabo, Milena inclusa. La quale, se pur se chiamata così in onore della regina del Montenegro, madre della regina Elena, è ancora popolarmente chiamata Milocca, e Bompensiere, arabo nel nome ufficiale (in documento quattrocentesco è ricordato come Bumanzili) e in quello popolare, che è ancora Naduri.
Racalmuto fu la prima tappa delle mie indagini e il luogo dove avrei trovato la soluzione del vecchio problema.

Salvatore C. Trovato (Università di Catania)



Il post, riveduto dallo stesso autore e adattato a un pubblico non specialista è pubblicato nella sua redazione originaria nel vol. Per i linguisti del nuovo millennio. Scritti in onore di Giovanni Ruffino a cura del Gruppo di ricerca dell’Atlante Linguistico della Sicilia,  Palermo, Sellerio, 2011, pp. 93-99. Nuova è la titolazione e la stessa paragrafazione. P. C.


Precedentemente ho proposto la pubblicazione di questo post su:
http://castrumracalmuto.blogspot.it/2012/06/gli-arabi-dalle-nostre-parti.html

http://www.interromania.com/sites/default/files/lumie_di_sicilia_76_ottobre_2012.pdf

Sull'attività del prof. Sa,vatore C. Trovato:
http://laledi.wordpress.com/persone/salvatore-trovato/


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