venerdì 24 luglio 2015

L'INESAURIBILE DI MARCO. Testo di Marco Scalabrino


*
Salvatore Di Marco
poeta e letterato

di 

Marco Scalabrino


“Ho sempre sentito il fascino del dialetto e le sue suggestioni nell’approccio con un linguaggio carico di suoni inediti e di significati nuovi.” Così Salvatore Di Marco su di sé.

Poeta, storico della letteratura e della cultura siciliana, Salvatore Di Marco, Monreale (PA) 1932, si può definire, appunta Tommaso Romano, “un esponente della cultura militante”.
E lo stesso Tommaso Romano, unitamente alla Fondazione Thule - Cultura di Palermo, ha organizzato il convegno sul tema la figura, il pensiero e l’opera di salvatore di marco, poeta e letterato, svoltosi il 22 Dicembre 2007 nel capoluogo siciliano, nelle circostanze della celebrazione del suo settantacinquesimo compleanno. 

“Convegno, precisa Aurelia Ambrosini, mirato ad analizzare mezzo secolo dell’impegno culturale e letterario di Salvatore Di Marco, intellettuale e poeta.”

La Fondazione Thule ha quindi editato nel 2008, Le parole che contano, gli atti di quel convegno, che raccolgono le testimonianze di Tommaso Romano, Nino Aquila, Pino Giacopelli, Eugenio Giannone, Gaetano Pulizzi, Antonio Riolo, Ciro Spataro e le relazioni di Vincenzo Arnone, Franco Brevini, Licia Cardillo, Dante Cerilli, Giuseppe Cottone, Domenico Cultrera, Corrado Di Pietro, Enzo Papa, Pino Schifano, Melo Freni, Mimmo Galletto, Carmelo Lauretta, Alfio Patti, Turi Vasile; e in chiusura i testi poetici, a Salvatore Di Marco dedicati, di Paola Fedele, Nino Agnello, Lina Riccobene e un rapido album fotografico.

Prendiamo lo spunto giusto da questi due recentissimi avvenimenti per tratteggiare un profilo di Salvatore Di Marco, con esclusiva attenzione all’ambito della poesia dialettale e della letteratura siciliana del secondo Novecento e fino ai nostri giorni. Rimandiamo pertanto quanti desiderassero più approfonditi ragguagli alla lettura integrale del citato volume Le parole che contano nonché de L’inquieta misura, una rassegna bio-bibliografica di Salvatore Di Marco dal 1947 al 2002 pubblicata dalla medesima Fondazione Thule nel 2003, le cui pagine “costituiscono l’orditura di una esistenza da consegnare ormai così com’è ai miei figli … un doveroso bilancio di vita, un inventario puntuale della mia storia personale.”








“Se negli anni Cinquanta la poesia dialettale per me non poteva che essere la poesia del popolo (gramscianamente, la classe lavoratrice), negli anni Sessanta guardavo alla poesia in dialetto come a una poesia capace di una “eversione linguistica”. In effetti, io appartengo a coloro che scrivono in dialetto perché il dialetto è il punto di partenza e di arrivo di ogni possibile risignificazione della realtà.”

Cantu d’amuri, del 1986, L’acchianata di l’aciddara, del 1987, Quaranta, del 1988, Epigrafie siciliane del 1989, Li palori dintra del 1991, La ballata di la morti, del 1995, sono i lavori in dialetto siciliano del Nostro.



Cantu d’amuri,
 un poemetto con prefazione di Giorgio Santangelo, è la sua prima pubblicazione in dialetto: “È un interessante documento dell’esistenza di un siciliano illustre, di una koinè di nobile letterarietà che ogni poeta rinnova con la originalità della sua visione del mondo.” Dall’incipit: “Stamatina amuri / cu na capiddera ciuruta / di nàccari / vosi vestiri a festa / stu ventu d’autunnu / chi m’accumpagna / a la cuddata.”

Quaranta,
 poesie siciliane 1957-1969, con prefazione di Salvatore Camilleri: “Salvatore Di Marco, dagli inizi neorealistici degli anni Cinquanta, viene a trovarsi, negli anni Sessanta, poeta del simbolo e della metafora poetica. Egli si avvale cioè di tutte le conquiste della poesia moderna, formali e strutturali, sostenute dal gioco sapiente delle analogie e da un linguaggio allusivo, evocativo, essenziale.”

Da CONTRURA, del 1958:

Lesta
 a sfrìciu di ventu
 scattìa 
na vuci d’oceddu, 
 l’occhiu fermu
 di pampini russi
 mpatta cu l’auti celi
  finistrali d’azzolu
 naca di silenzi
 e na chitarra muta
 pi la calura
 e lu sonnu:
 tempi duci
 di la malinconia.

Li palori dintra,
 con prefazione di Turi Vasile: “Questo poemetto di levigato lirismo dimostra che l’uso del dialetto consente tutti gli azzardi, anche quello di affacciarsi sull’abisso della parola. Quando poi la parola che emerge dalla memoria sepolta appartiene a un idioma come quello siciliano si scopre la ricchezza di un lessico al quale hanno contribuito grandi civiltà linguistiche e profonde esperienze storiche e antropologiche.” Dal primo dei sei punti che lo compongono: 


Iu dicu 
ca ci havi ad essiri 
dintra di lu me cori 
dda palora
ca mi po nzignari
comu è fattu stu munnu: 
la palora
ca nascìu cu mia, 
ca s’addivò
 ni la me naca 
e fu matri
di tutti li palori.  
               
La ballata di la morti,
 con prefazione di Giuseppe Cavarra: 
“La struttura metrica adotta la strofa breve, formata da quattro ottonari. Il ritmo è governato da vari artifici: segno che l’autore riprende e impiega modi popolareschi come può farlo un poeta colto.”
Eccone le tre strofe introduttive: 
Piscaturi nun piscari 
cacciaturi nun cacciari  
navicanti nun partìri 
tu furnaru nun nfurnari 

lavannara nun lavari 
custurera nun puntiàri  
mulinaru a lu mulinu 
leva manu ‘i macinari: 

genti bona e genti tinta  
di vicinu e di luntanu  
nun sintiti li campani
nun viniti a la me festa?
    

Rilevata la singolarità che le liriche “più vecchie”, quelle della prima ora, sono state pubblicate per terze, nel 1988, ci chiediamo: quando e quali sono stati gli esordi letterari in dialetto siciliano di Salvatore Di Marco?

Nel 1955, allora ventitreenne, Salvatore Di Marco conobbe Pietro Tamburello (Palermo 1910-2001) ed entrò nel gruppo alessio di giovanni; gruppo”, della cui esperienza Salvatore Di Marco si è fatto in seguito appassionato testimone, che ha raccolto il testimone di Alessio Di Giovanni ed è stato il promotore del rinnovamento della poesia dialettale siciliana, movimento tra i più importanti del Novecento letterario siciliano.  

Ma, cosa è stato il rinnovamento? Chi e cosa ne furono i protagonisti e il programma?
A Palermo, prima che terminasse il 1943, Federico De Maria venne a trovarsi a capo di un nucleo di giovani poeti dialettali: Ugo Ammannato, Miano Conti, Paolo Messina, Nino Orsini, Pietro Tamburello, Gianni Varvaro, e nell’Ottobre 1944 venne fondata la società scrittori e artisti di sicilia, che ebbe sede nell’Aula Gialla del Politeama e in primavera, all’aperto, nei giardini della Palazzina Cinese alla Favorita.

“Tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 – attesta Paolo Messina nel saggio la nuova scuola poetica siciliana, del 1985 la guerra continuava e doveva continuare ancora per un anno. Risaliva la penisola, e in Sicilia per primi avevamo respirato, l’acre pungente ciauru della libertà, mentre il quadro prospettico del mondo già mutava radicalmente. Da qui l’esigenza di rifondare non solo la società civile, ma anche il linguaggio. Nel 1946, alla scomparsa di Alessio Di Giovanni, quel primo nucleo di poeti che comprendeva le voci più impegnate dell’Isola prese il nome del Maestro e si denominò appunto gruppo alessio di giovanni
Occorre però dire che non ci fu un manifesto, né l’ausilio di un apparato critico, né un riscontro adeguato sulla stampa.” E nel suo pezzo in ricordo di Aldo Grienti, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero zero di quello che fu l’effimero ritorno a cura di Salvatore Di Marco del po’ t’ù cuntu, nuovamente Paolo Messina ci segnala: “Abbiamo la data dell’inizio del movimento rinnovatore, quella del Primo raduno di poesia siciliana svoltosi a Catania il 27 Ottobre 1945.”

Sul versante ionico, infatti, avvenne l’incontro con il sodalizio di cui Salvatore Camilleri era l’animatore: Mario Biondi (nella cui sala da toeletta di via Prefettura si tenevano gli incontri diurni, mentre di sera li attendeva il salotto di Pietro Guido Cesareo, in via Vittorio Emanuele 305), Enzo D’Agata, Mario Gori ed altri già appartenenti all’unione amici del dialetto, che nella Catania del ’44 si era ribattezzato (dietro suggerimento di Mario Biondi) trinacrismo.

Composto, osserva Salvatore Di Marco, “da poeti di generazioni differenziate, ma animati tutti dal proposito comune di svecchiare, nel linguaggio, nello stile, nei contenuti, la poesia dialettale siciliana”, il “gruppo” non fu un corpo unico, una orchestra che ha eseguito un identico spartito. Ammette Pietro Tamburello: “Sappiamo tutti dove andare, ma non siamo concordi sulla via da seguire.” 

E insistiamo, giacché Salvatore Di Marco vi è pienamente coinvolto, su quella fantastica stagione, la cui storia riteniamo avvincente e ben degna di essere conosciuta a tutti i Siciliani, pratichino o meno le Lettere.

Il giornale di poesia siciliana, nel numero di Settembre 1988, stampa il pezzo di Salvatore Di Marco una occasione mancata. “L’8 di agosto del 1952 rivedeva la luce in Palermo il periodico di poesia dialettale siciliana po’ t’ù cuntu dopo ben diciotto anni di assenza. Intanto erano scomparsi i prestigiosi collaboratori dell’anteguerra che avevano dato lustro al po’ t’ù cuntu: poeti e scrittori come Luigi Natoli, Alessio Di Giovanni, Vincenzo De Simone, Vito Mercadante, Vanni Pucci. Sicché si ha l’impressione malinconica, rileggendo oggi i vecchi fascicoli del 1952, che la direzione del po’ t’ù cuntu non si fosse resa ben conto delle laceranti trasformazioni che, rispetto agli anni Trenta, erano intervenute nel tessuto sociale dell’isola a modificare anche il quadro complessivo delle vocazioni letterarie. E ciò pure nell’ambito della poesia siciliana.

Questa situazione non piacque ad un gruppo – il più inquieto a quel tempo – di collaboratori del po’ t’ù cuntu. Si trattava di Ugo Ammannato, di Pietro Tamburello e di qualche altro che già aveva scritto sul quel giornale dal 1927 in poi. Ma anche di giovani come Paolo Messina.

Infatti, accanto a Federico De Maria nel 1945, essi avevano rilanciato la poesia dialettale siciliana attraverso affollati incontri con il vasto pubblico nell’Aula Gialla del Teatro Politeama di Palermo. E nei poeti che vi partecipavano, da Miano Conti a Nino Orsini, da Tamburello ad Ammannato, si era diffuso il rifiuto della vecchia poesia dialettale e un bisogno ancora indistinto di cambiamento. Questi incontri indetti dalla Società Scrittori e Artisti di Sicilia di cui Federico De Maria era il presidente, e organizzati da Ammannato e Tamburello, furono chiamati Ariu di Sicilia

Allorquando nel 1953 quel gruppo di poeti riunito da comuni idealità di rinnovamento letterario e culturale, constatata l’impossibilità di condurre in Sicilia un discorso di poesia nuova attraverso le pagine del po’ t’ù cuntu, pensò di darsi un proprio foglio di proposta e di battaglia letteraria, Pietro Tamburello volle chiamarlo ariu di sicilia. ariu di sicilia, fondato nel 1954 da Pietro Tamburello che ne assunse la redazione, fu un foglio di quattro pagine, che uscì ogni mese e che durò esattamente da Marzo a Ottobre di quell’anno. Visse il suo breve tempo in povertà di mezzi finanziari e fu un semplice inserto del po’ t’ù cuntu.

Nell’editoriale del primo numero Pietro Tamburello aveva annunciato i seguenti tre obiettivi: 1) promuovere una nuova fioritura di studi intorno alla letteratura siciliana, 2) rinnovare la tradizione alla luce delle ultime esigenze estetiche, 3) sottoporre a revisione critica le opere degli scrittori delle generazioni passate. I testi letterari pubblicati furono in tutto 115 di 41 autori. Tra questi i poeti del gruppo alessio di giovanni: Ugo Ammannato, Miano Conti, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Pietro Tamburello e Gianni Varvaro. Meno costanti nella collaborazione ma presenti: Ignazio Buttitta, Salvatore Di Pietro, Nino Orsini, Elvezio Petix.”

E nell’articolo titolato la civiltà dei caffè, pubblicato nel Febbraio 1988 a Palermo sul numero zero del rinato po’ t’ù cuntu!, Salvatore Di Marco registra:

“Negli anni Cinquanta c’era a Palermo, in via Roma quasi all’altezza dell’incrocio con il Corso Vittorio Emanuele, uno dei caffè Caflish. Al piano superiore, una saletta con sedie e tavolini. Ebbene, in quel luogo e per anni – sicuramente dal 1954 al 1958 – nella mattinata di tutte le domeniche si riunivano i poeti del gruppo alessio di giovanni. Frequentatori erano, oltre a chi scrive, Ugo Ammannato, Pietro Tamburello, Miano Conti, Gianni Varvaro e altri. Vi arrivavano spesso Ignazio Buttitta da Bagheria, Elvezio Petix da Casteldaccia, Antonino Cremona da Agrigento, e da Catania Carmelo Molino e Salvatore Di Pietro: insomma, i personaggi più significativi allora della nuova poesia siciliana. In quegli incontri si leggevano poesie, si parlava del dialetto siciliano, si discuteva di letteratura e di politica.”

Nel 1955, con la prefazione di Giovanni Vaccarella, vide la luce a Palermo l’Antologia POESIA DIALETTALE DI SICILIA. Protagonisti il gruppo alessio di giovanni: Ugo Ammannato, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Salvatore Equizzi, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Nino Orsini e Pietro Tamburello. E nel 1957 Aldo Grienti e Carmelo Molino furono i curatori della Antologia POETI SICILIANI D’OGGI, Reina Editore in Catania.

Con introduzione e note critiche di Antonio Corsaro, questa raccoglie, in rigoroso ordine alfabetico, una qualificata selezione dei testi di 17 autori: Ugo Ammannato, Saro Bottino, Ignazio Buttitta, Miano Conti, Antonino Cremona, Salvatore Di Marco, Salvatore Di Pietro, Girolamo Ferlito, Aldo Grienti, Paolo Messina, Carmelo Molino, Stefania Montalbano, Nino Orsini, Ildebrando Patamia, Pietro Tamburello, Francesco Vaccaielli e Gianni Varvaro. Le due sillogi, che ebbero al tempo eco nazionale (una recensione di Paolo Messina apparve in data 21 Maggio 1955 su il contemporaneo di Roma) e tuttora sono ben note agli appassionati, sono state antesignane del rinnovamento della poesia dialettale siciliana.  

Il rinnovamento della poesia dialettale siciliana, la stagione tra il 1945 e la seconda metà circa degli anni Cinquanta (l’ultima manifestazione pubblica del “gruppo” – asserisce Salvatore Di Marco – si svolse nell’anno 1958 presso il Circolo di Cultura di Palermo, diretto da Lucio Lombardo Radice che promosse un incontro sulle correnti contemporanee della poesia siciliana) segnata dal movimento di giovani poeti dialettali palermitani e catanesi, fu rinnovamento fondato sui testi e non sugli oziosi proclami, sugli esiti artistici individuali e non su qualche manifesto. “Un processo letterario di emancipazione né facile né omogeneo, in cui il passaggio dal vecchio al nuovo non poteva escludere una fase di coesistenza fra ciò che della tradizione vernacolare sopravviveva e ciò che della nuova poetica cercava più sicure formalizzazioni liriche.” 

Una stagione letteraria che Di Marco giudica “essere stata ingiustamente marginalizzata sia in sede storiografica che critica.” Annota, infatti, nell’articolo del 1995 titolato i dialetti sì
“Trova sempre più favore il criterio di scrivere la storia della letteratura italiana a partire da una base che consideri le aree regionali. Le letterature regionali e quelle dialettali sono aspetti insopprimibili della vicenda storica della nostra letteratura nazionale. Che i nostri migliori scrittori dialettali siano rimasti esclusi, emarginati dalle storie letterarie è stato un grave errore di cui gli studiosi oggi si rendono sempre più conto e che solo un buon processo di aggiornamento può ridimensionare.”

Direttamente legato a quanto or ora detto il tomo del 1995: la questione della “koinè” e la poesia dialettale siciliana

“Una questione che ha interessato una certa fascia di poeti siciliani, in particolar modo quelli impegnati nel rinnovamento della poesia dialettale in Sicilia. L’argomento riguarda la eventuale introduzione generalizzata dell’uso di una koinè letteraria in alternativa al sempre più diffuso ricorso, da parte dei poeti siciliani, alle parlate locali. Una questione … con riferimenti sempre più diretti alle implicazioni di tipo grammaticale, ortografico e fonetico.”

 Una questione, tuttavia, che non ha sortito il florilegio di studi auspicabile e che si è ricondotta alla tensione ideale verso una unità ortografica della scrittura e alla proclamazione di principio che vengano dettate alcune regole ortografiche comuni. 
Elementi propizi e opportuni rimarcano gli studiosi, quantunque non necessari e di non facile praticabilità. Tomo preziosissimo, giacché nelle sue circa 160 pagine fitte di nomi, eventi, stralci di interventi, rimandi bibliografici, si ripercorre l’esperienza letteraria che, grosso modo tra il 1945 e il 1958, coinvolse talune “aree della poesia dialettale siciliana sul terreno della ricerca e della sperimentazione di nuove vie che potessero rinnovarla.”

Tra i molteplici studi di Salvatore Di Marco, di rilevante importanza quelli condotti su due dei massimi autori dialettali siciliani: Alessio Di Giovanni e Ignazio Buttitta, dei quali si richiamano riassuntive tracce.







Quanto al primo, oltre ad averne curato svariate riedizioni, gli studi sono confluiti nel 2006, a sessant’anni dalla scomparsa, nel volume sopra fioriva la ginestra. alessio di giovanni e la sicilia della zolfare.

“È naturale che l’anno 1896 e il Maju sicilianu siano considerati come i segni dell’esordio letterario di Alessio Di Giovanni. Un duplice esordio, poiché dell’esordio annuncia sia la nascita d’un poeta d’ottima tempra, come pure quella d’un geniale poeta dialettale. Ma c’è di più: quell’opus primum apre la stagione del rinnovamento della poesia dialettale siciliana in Sicilia.”

 E prosegue: 
“Quando Alessio Di Giovanni scrive le liriche di Maju sicilianu egli si è già convinto che la poesia siciliana fosse chiamata a compiere un salto di qualità, una svolta.” 
Convinzione che porterà il ventiquattrenne Alessio Di Giovanni, sempre nel 1896, a stilare il saggio monografico saru platania e la poesia dialettale in sicilia, in cui egli agogna quel “poeta nuovo” che manca alla poesia dialettale siciliana. E sono queste peraltro, in estrema sintesi, le fila che poi annodarono lui e gli esponenti del rinnovamento della poesia dialettale siciliana.



Nel 1922, assieme con Saru Platania, Vito Mercadante, Francesco Trassari, Alessio Valore, Nino Pappalardo, Vanni Pucci, Alessio Di Giovanni venne inserito da Luigi Natoli nella antologia intitolata Musa siciliana, Editore R. Caddeo, Milano, antologia che Salvatore Di Marco definì “una vera e propria opera classica nella storia della poesia dialettale siciliana a cavallo tra fine Ottocento e i primi due decenni del Novecento.”

“Per l’alto spessore culturale, per le doti umane, per avere illustrato il nome di questa città e dei suoi Poeti”, l’Amministrazione Comunale di Cianciana (AG), la città natale di Alessio Di Giovanni, l’8 Ottobre 2005 concesse la cittadinanza onoraria a Salvatore Di Marco.
    
“Le vicende drammatiche del secondo dopoguerra siciliano – assevera Salvatore Di Marco sul pregevole compendio di saggi su Ignazio Buttitta il filo dell’aquilone del 2000 – imprimono una svolta alla sua poesia.” 
Buttitta era naturaliter ben provvisto di “capacità non comuni di comunicativa sul piano espressivo, mimico, gestuale, che d’altronde egli gestiva con consumata padronanza ed efficacissimi risultati. Cantore dell’uomo e della natura, la sua poesia piena di uccelli, di pesci, di uomini, di terra illuminata dalla solarità del mare e del cielo di Aspra, scorre vitalissima lungo tutto il Novecento. 
Ignazio Buttitta supera il mero populismo e si inserisce pleno titulo nella storia contemporanea della poesia dialettale siciliana.” 




E ci rammenta una curiosità: nell’Ottobre del 1987, principalmente sulle colonne del Giornale di Sicilia, divampò una polemica contro Franco Brevini, “incriminato” di avere escluso Ignazio Buttitta dalla sua antologia Poeti dialettali del Novecento.

Sempre in tema di poeti, solo a mo’ di esempio, altri cenni su Pietro Tamburello, Antonino Cremona, Aldo Grienti.

 “Pietro Tamburello – sostiene Salvatore Di Marco sul numero Luglio-Agosto 1998 del periodico catanese arte e folklore di sicilia – la cui storia di poeta comincia nel 1926 con la nascita a Palermo di quel notissimo e controverso foglio dialettale che fu il po’ t’ù cuntu … nonostante avesse avuto un ruolo determinante tra i protagonisti della nuova poesia siciliana (se nel 1929 era stato il segretario generale dell’Accademia di Poesia Siciliana “G. Meli” presieduta da Giuseppe Ganci Battaglia, nel 1945 sarà il referente di Federico Di Maria nell’ambito della Società Scrittori e Artisti e poi fonderà il gruppo alessio di giovanni e nel 1954 sarà il direttore di ariu di sicilia) pubblicò poco e tardi i suoi versi dialettali. 
Sono tantissime le poesie di questo Autore palermitano apparse sul po’ t’ù cuntu tra il 1926 e il 1933 (anno in cui il periodico interruppe le pubblicazioni per riprenderle dal 1952 al 1972) e in altri fogli dell’epoca. Ma il periodo in cui Pietro Tamburello portò a piena maturità espressiva la propria poesia nei temi, nella forma e nel linguaggio tocca gli anni Quaranta e Cinquanta.” Il medesimo numero della Rivista pubblica altresì il suo saggio su rosi di ventu di Pietro Tamburello: “Assai vicino alla lirica pura, Tamburello però ne semplifica il modello e l’occulta sotto gli abiti della tradizione siciliana delle forme rimate, del sonetto, dell’endecasillabo che risuona nelle composizioni a verso libero, lo occulta tra le fioriture lessicali di un dialetto armonioso ed antico. Da qui Tamburello ascende alle suggestioni della grande poesia francese. E, fuori dalle scene mondane, ormai raffinato artefice della propria parola poetica, giunto alle misure essenziali del dettato … ad ogni componimento consegna ineccepibile forma, dove nulla è superfluo o casuale”.

La notizia della scomparsa di Antonino Cremona (Agrigento 1931-2004) si diffuse nell’Autunno tra gli amici e negli ambienti della poesia dialettale siciliana. Sedato lo sgomento, acquisito il dato della ineluttabilità della morte, la prima autorevole sentita testimonianza è stata la “Lettera per Antonino Cremona” di Salvatore Di Marco, datata 10 Febbraio 2005. “Lettera”, pubblicata sul numero 78 de la nuova tribuna letteraria, dalla quale riportiamo: 

“Il fatto è che questa diceria della tua morte (e ti prego di smentirla) risale al 25 Settembre dell’anno scorso con tanto di necrologio sui giornali. Anch’io lessi a suo tempo, ma vai a fidarti dei giornali! Io penso, infatti, che se tu fossi morto, la città di Agrigento ti avrebbe in qualche modo commemorato. E invece, dal 25 Settembre 2004, ogni mattina Agrigento si sveglia e dice al mondo: “Niente di nuovo, non è successo nulla di rilevante”. Se muore un personaggio come Nino Cremona, poeta di razza e di lunghe stagioni, filologo e scrittore, critico letterario e intellettuale di pregio, Agrigento sicuramente avrebbe versato lacrime sincere. Un Personaggio come te, caro Nino, non può morire nel silenzio generale, soprattutto in quello crudele della tua terra. Perciò dico che se tu fossi veramente morto me l’avresti comunicato.” 

Antonino Cremona fu uno dei protagonisti del rinnovamento della poesia dialettale siciliana, la cui storia, riscontra Salvatore Di Marco, “è interessante di idee e di poeti, di mutazioni culturali e inquietudini sociali, di sperimentazioni e di esiti anche importanti però rimasti sconosciuti a chi ha ritenuto che il solo pannello solare capace di dare nuova energia alla letteratura siciliana dialettale fosse quello esclusivo di Ignazio Buttitta, è ciò semplicemente perché lo si trovava già collocato più in alto degli altri.” 

Il convegno di studi avente per tema l’opera di antonino cremona e il novecento siciliano si è svolto il 27 Gennaio 2006 ad Agrigento; tra i relatori: Sergio Spadaro, Giovanni Occhipinti, Antonio Liotta e Salvatore Di Marco. L’anima girgentana nella poesia dialettale siciliana di antonino cremona, pubblicata nel 2007 dalla associazione culturale “nino martoglio” grotte (ag), fu la relazione di Salvatore Di Marco il quale, a quattro mani con Sergio Spadaro, raccolse le lettere per un poeta, carteggio su Antonino Cremona e altre carte.



“Pochi i versi, è vero – si legge in un articolo firmato da Nicolò D’Agostino (pseudonimo di Salvatore Di Marco, come pure suo pseudonimo è F. Martore Cuccia), pubblicato sul numero di Aprile 1990 del mensile di letteratura dialettale giornale di poesia siciliana – perché in effetti Aldo Grienti non fu poeta di lunga militanza nell’area del dialetto siciliano, avendo trasferito, soprattutto negli anni Sessanta, nella poesia in lingua italiana e principalmente nelle arti figurative, le proprie vocazioni artistiche. 
Ma questo non inficia il valore letterario della sua opera di poeta dialettale. Aldo Grienti – prosegue D’Agostino – era “generazionalmente” nuovo, rispetto alla poesia dialettale degli anni Trenta-Quaranta, e praticò subito un suo modo di fare poesia prima ancora che il vecchio, che la tradizione, lo contagiassero.”

Approssimandoci al traguardo di questa essenziale escussione, ulteriori stringate notizie su Salvatore Di Marco.
S’è fatto cenno, più volte, al giornale di poesia siciliana. Di questo periodico, come pure della RIVISTA ITALIANA DI LETTERATURA DIALETTALE, entrambi editi in Palermo, Salvatore Di Marco è stato il fondatore e ne ha sempre tenuto la direzione.

Il citato numero zero del po’ t’ù cuntu, nell’articolo non firmato in prima pagina, dà notizia del Convegno (poi tenutosi nei giorni 18 e 19 Marzo 1988 presso la sede della Fondazione Culturale “Chiazzese”) sul tema Vito Mercadante: l’uomo, il poeta. Relatori Rita Verdirame, Antonino Verzera, Salvatore Camilleri, Nicola Mineo, Giuseppe Carlo Marino e Salvatore Di Marco.
 E Salvatore Di Marco è stato, insieme a Natale Tedesco, Lucrezia Lorenzini, Nicola Mineo ed altri, tra i relatori al Primo Convegno Regionale di Poesia Dialettale Siciliana svoltosi a Barcellona Pozzo di Gotto nei giorni 29 e 30 Ottobre 1988, organizzato dalla Corda Fratres, che ha visto in aggiunta la presenza di oltre venti poeti provenienti da tutte e nove le province dell’Isola.

Assieme con Giuseppe Giovanni Battaglia, Sebastiano Burgaretta, Salvatore Cagliola, Salvatore Camilleri, Giuseppe Cavarra, Nino De Vita, Salvatore Di Pietro, Paola Fedele, Andrea Genovese, Rino Giacone, Alfio Inserra, Augusto Manna, Giuseppe Mazzola Barreca, Renato Pennisi, Stefano Puglisi, Michele Sarrica, Pietro Tamburello, Carlo Trovato, Salvatore Di Marco è inserito nella antologia della poesia contemporanea in dialetto siciliano a cura di Corrado Di Pietro, LINGUA LIPPUSA, del 1992.



Con Salvo Zarcone e Francesco Leone, è stato uno dei relatori al convegno di studi organizzato nel 2005 in occasione del quarantennale della morte del poeta di Castellammare del Golfo (TP) Castrenze Navarra, manifestazione che ha ottenuto il patrocinio di quella Amministrazione Comunale, che del Navarra, a cura di Francesco Leone, ha promosso la pubblicazione della ANTOLOGIA delle opere in versi siciliani e in prosa.

E, giusto nel 2005, ha avuto luogo a Trapani un convegno stavolta su Salvatore Di Marco, i cui relatori sono stati Dino Grammatico per la poesia in Italiano, Francesco Leone per la poesia in dialetto e Gioacchino Aldo Ruggeri per un breve profilo del Nostro.  

Tra le tantissime notevoli realizzazioni, riteniamo opportuno menzionare: la storia incompiuta di francesco lanza, monografia critica con prefazione di Giuseppe Cottone del 1991, e il cantiere sulla lingua madre, del 2007, che raccoglie gli atti degli incontri dedicati alla letteratura in dialetto tenutisi, tra il 27 Gennaio e il 10 Maggio 2006, nel salone delle conferenze della Biblioteca Museo “Luigi Pirandello” di Agrigento.

Beninteso, abbiamo soltanto schematizzato le “cose” più importanti afferenti al monumentale opus di Salvatore Di Marco, il quale tra editoriali, prefazioni, articoli, eccetera, ha scritto – fra gli altri su Alfio Inserra, Carmelo Lauretta e Flora Restivo – migliaia di pezzi e ha attraversato da protagonista, sia nella veste di poeta che in quella di letterato, gli ultimi cinquant’anni della storia letteraria siciliana.

Ma non è finita: Salvatore Di Marco si dichiara tuttora impegnato a continuare per il futuro il proprio lavoro.

 * Foto di Marco Scalabrino                             

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