sabato 28 marzo 2020

EVASIONE O DISPERAZIONE? O CONSOLAZIONE? Scrivere versi e racconti in tempi di crisi


Di settimana in settimana continua ad arricchirsi con contributi di vario genere la rubrica Cara Pandemia ti scrivo curata da Diego Romeo per il periodico "Grandangolo" che si può consultare sul sito: https://www.grandangoloagrigento.it



Dove sei minuscolo ente...?
di DON VINCENZO ARNONE

Non parrà strano il fatto di scrivere versi in un momento così difficile e inquietante come quello che viviamo: non è un atto di evasione, bensì il tentativo di leggere oltre il grave disagio e il rischio che corre tra la gente; il tentativo di vedere qualcosa che rimarrà anche quando tutto sarà finito.

Non è poca cosa cercare di vedere oltre la siepe e pensare al futuro nello sforzo di revisionare la nostra vita e i canoni che usiamo per le nostre scelte, di importanza più o meno primaria.


Oltretutto la storia della poesia ci insegna che in momenti drammatici e tragici, di gravi disagi e contraddizioni esistenziali ... ivi è pre- sente – per una sopravvivenza dignitosa e positiva - o la fede o la poesia o tutte e due insieme.


Non è un caso che in mezzo a tale situazione di smarrimento, di dis- orientamento, di paura e di scollamento della vita sociale, mi arriva- no versi di amici poeti: Guido Oldani di Milano e Franco Casadei di Cesena: versi secchi, stampati e precisi, quelli di Guido; e diremmo, più ariosi, speranzosi (“Può esserci di aiuto, nel silenzio delle case/ riascoltare il suono delle campane/ore che le nostre chiese sono vuote”.) quelli di Franco. O arrivino parole che invitano alla riscoperta del “ normale”, dell’abituale, “del casalingo”, dell’essenziale, come quelle dell’Abate Bernardo di San Miniato a Monte a Firenze che in mezzo a dotte citazioni, tuttavia ci invita , “col dono della salute, ad avere restituite persone e storie sulle cui spalle sarà festa grande per cucire tutti insieme quelle ali che nella penombra delle case e delle chiese deserte, stiamo progettando con fatica.”


Per tutti , questa è una quaresima dove il luogo-simbolo rimane il deserto. Non tanto la gloria del monte Tabor della Trasfigurazione, quanto la fatica di stare nella aridità del deserto; è la quaresima della notte dello spirito che rende un pò tutti più sensibili all’Essenziale, all’Unico, all’Eterno.


Questi miei versi che seguono mi sono stati suggeriti ai primissimi giorni della diffusione del coronavirus in Italia; stimolati dalla inaf- ferrabilità della sua presenza: Dove sei? Chi sei ? E dal senso di mistero che man mano si diffondeva in tutti.

Dove sei, minuscolo ente
che vaghi nell’aria così onnipotente?
Ombre confuse s’accalcanodense tra silenzi domestici;
bussa alle porte
dei cuori impauriti
nell’ora che abbuia.
Or dunque, chi sei?
Che scardini
inesauribile e lento
i miraggi agognati
onnipotenti e perenni.
Svela il tuo volto
tra le balze frondose
e noi come nani
ti guarderemo lontano
nella piana sognante.
Dove sei?



Fermati, virus!
di PIERO CARBONE
Cruna virus? 
Cruna crucis
T’â chiamari.
Nun sapiemmu
 D’unni vinni
Sta muschitta.

 Prima trasi
 Muta muta 
Di na hiacca
 C’addiventa
 Tiempu nenti
Porta aperta.

Cancia nomu 
Di cuntinuu
E fa minnitta.

L’omu cerca
-       chi pò fari lu mischinu? –
L’omu cerca
E po’ trova 
Lu vaccinu.

Ma quannu lu rimediu
 è attruvatu
Cancia di furma
E siemmu
 Puntu e a capu.

Rimediu?
Curpa?
Davanti a chiddru
Un c’è né tò
Né miu.

Fermati, Virus,
N nomu di Diu.

-->

Traduzione italiana:

Coronavirus?
Coronacrucis
Ti chiamo!

Questo moscerino
non sappiamo
da dove è venuto.

Prima entra
Muto muto
Da una strettoia
Che diventa
Tempo niente
Corridoio.

Cambia nome
Di continuo
E fa una strage.

L’uomo cerca
-       che può fare, poverino! -
L’uomo cerca
E poi trova
Anche il vaccino.

Ma quando il rimedio
È trovato
Cambia di forma
E siamo
Punto e a capo.

Rimedio?
Colpa?
Davanti a quello
Non c’è né tuo
Né mio.

Altolà, Virus,
-->
in nome di Dio.


12 marzo 2020

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I microbi ci chiamano “genere umano”...
di SILVIA LOTTI

(Artista multiforme che nelle sue opere di pittrice e scul- trice rivela il suo “amore candido, universale, incondizio- nato: per le cose, vive anche quando immobili, per le perso- ne, sempre raffigurate con gioia, per la natura, comunque avvolgente e benefica, per il creato e le sue semplici emozio- ni, sempre dolcemente e fiabescamente narrate”.
Anche in questo testo che ci ha inviato).

“La fragile creatura da tempo non stava bene e, pur così giovane, si stava ammalando seriamente. Alcuni dei batteri che il suo corpo ospitava l’avevano invasa. Avrebbero potuto rinforzarla, difenderla, e il piccolo corpo sarebbe anzi stato meglio. Invece, agendo da padroni, si erano fatti patogeni e rapidamente stavano aggredendo gli altri micro-organismi, i suoi tessuti, i suoi organi. Quei batteri, impazziti, avevano preso anche a eliminarsi fra loro perché restassero i più pericolosi e potessero crescere facendo più danno. Sviluppando, forse, contagio. Stava morendo. E non sembrava esserci cura. Finché un giorno la natura forní nuove risorse e la creatura reagì. Il suo sistema immunitario si fece più forte. La malattia smise, di colpo, di aggravarsi, forse giunta al suo “picco”. Non conosciamo il seguito di questo antico frammento, ma sappiamo che alcuni saggi quel popolo di microbi lo chiamano “genere umano”.
E gli uomini?
L’avevano chiamata “Terra”, loro, la creatura che abitavano, e quella volta, quella prezio- sa risorsa del suo sistema immunitario, impauriti, dissero che era un “virus”.




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